Saviano smentisce "Repubblica" (e anche se stesso)

Come volevasi dimostrare: sotto le firme, niente. Repubblica aveva già vacillato dopo la brutta botta infertagli da Daniel Cohn Bendit, uno dei prestigiosi sottoscrittori dello straziante appello per la difesa della libertà di stampa il quale, intervistato dall’Unità, aveva candidamente ammesso di non vedere le avvisaglie di un regime in Italia. Ora è arrivato il colpo del ko. Saviano, proprio Roberto Saviano, lo scrittore mito dei republicones, un loro editorialista la cui firma compare in caratteri fiammeggianti sotto il manifesto a tutela dell’informazione, dichiara: «Qui da noi la libertà di stampa c’è». Così, papale papale. Senza preparazione, senza una telefonata di avvertimento non dico al fondatore Eugenio Scalfari, ma nemmeno al povero Ezio Mauro, che da mesi si sbatte in tutti i modi per dimostrare che stiamo vivendo sotto il giogo di un intemperante dittatore. E la tremenda sentenza viene raccolta da Daria Bignardi, un’altra iconcina della nostra sinistra. Quindi non si può neppure gridare all’agguato, sperare in un travisamento delle parole del Vate da parte di qualche becero giornalista di destra. Pensate. Tutta questa fatica per collezionare migliaia di firme, da Topo Gigio ad Arsenio Lupin, da Pinco Pallo a Cazzone di Turno. Tutta questa mobilitazione di organizzazioni fiancheggiatrici, Arci in testa, per gonfiare il numero delle adesioni alla Grande Manifestazione per la Libertà. Tutte quelle pagine con quei bei titoloni: «Ha firmato anche Martin Amis», «E Alexandra Foderl-Smid», «E Philippe Thureau Dangin», «No, no, aspettate: c’è anche Werner De Schepper», «Udite, udite: firma pure Gianni Minà». Vagonate di sottoscrizioni che grandinano da tutte le parti, dall’Australia al Mato Grosso dove, com’è noto, la nostra condizione di semischiavitù è oggetto di quotidiani dibattiti in tv e nelle università. Poi qualcuno si prende la briga di fare una domandina semplice semplice a uno di questi signori e voilà, casca il palco: niente dittatura, nessun attentato alla stampa. Persino Ezio Mauro, l’uomo che ha messo in moto questo ambaradan per ripicca contro Berlusconi, reo di aver querelato Repubblica dopo mesi di graticola porno-mediatica, intervistato da Radio France ha finito per ammettere: «No, il mio giornale non è minacciato». Ma allora di che cosa stiamo parlando da settimane? Se la libertà di stampa in Italia non è in pericolo, com’è lampante a chiunque abbia un briciolo di buonafede, perché sabato prossimo le truppe cammellate scenderanno in piazza? In difesa di quale irrinunciabile diritto? «Per la libertà di poter lavorare serenamente», prova a rimediare Saviano, forse consapevole di aver inavvertitamente giocato un brutto tiro al giornale di riferimento suo e della sinistra tutta. Fantastico, splendida idea: come mai non ci abbiamo pensato prima? Allora sabato tutti in marcia per la «serenità di stampa». E perché no per la «santità di stampa»? Personalmente vedrei bene anche un oceanico corteo per la «comodità di stampa». Se ne può discutere. Mentre vedrete che nessuno proporrà una manifestazione per l’«umiltà di stampa». L’unica di cui si sentirebbe davvero il bisogno. 
Massimo de’ Manzoni