Savona, il commissario ucciso perché sapeva troppo

All’indomani del 25 aprile 1945, iniziò per Savona e i Comuni limitrofi, Vado Ligure, Valleggia e Quiliano un periodo di oscurità istituzionale, costellata da abusi e soprusi, da moltissimi omicidi e ruberie, sparizioni di persone, addirittura di intere famiglie ingoiate nel buio, vendette causate da antichi rancori. Erano veri e propri anni di piombo.
Esecuzioni sommarie, violenze di ogni tipo, attentati dinamitardi stavano eliminando i principi basilari della convivenza civile. Il tutto avveniva sotto gli occhi terrorizzati dei savonesi e delle autorità dell’epoca impotenti ad arginare il fenomeno.
Questa sanguinosa escalation non accennava a diminuire , inoltre compiacenti silenzi e sospette collusioni non contribuivano a fermare la scia di sangue anzi la implementavano.
Gruppi di partigiani comunisti, in genere sempre le stesse e conosciute persone, armati ed organizzati militarmente, condizionavano la vita nel Savonese a loro piacimento. I cittadini onesti, che formavano comunque la stragrande maggioranza della popolazione, temevano fortemente per i loro beni, prima e in secondo tempo e per la loro vita e quella dei loro cari.
L’ufficio Affari Generali del Ministero degli Interni, a fronte di questa grave situazione, nel 1946, decise di inviare un funzionario, impermeabile ai condizionamenti politici, con il difficile incarico di guidare la Squadra politica della Questura di Savona, all’epoca infestata da numerosi poliziotti ausiliari, in concreto ex partigiani comunisti, i quali non portavano a termine le opportune indagini sugli omicidi in oggetto, altrimenti avrebbero dovuto indagare ed arrestare in massa i loro compagni di fede politica. Salemi è nato a Rota Greca, un piccolo centro del Cosentino, laureato in Giurisprudenza passa un concorso per entrare nella amministrazione della Pubblica Sicurezza e dimostra di avere la stoffa dell’investigatore, addirittura effettua indagini sulla sparizione dell’oro di Dongo.
Il clima omertoso e terroristico, nel Savonese. Era pesantissimo. In questa situazione molto scabrosa e pericolosa, il Commissario Amilcare Salemi, di anni 40, giunge a Savona, in missione dalla Questura di Lecco, ed inizia a operare con efficacia. Salemi è anche inattaccabile dal punto di vista ideologico, infatti in passato, in qualità di funzionario di polizia, ha salvato molti ebrei dalla deportazione verso i campi di sterminio nazisti, quindi nessuno può lanciare a Salemi l’usato ed abusato insulto di «fascista», perché Salemi non lo è assolutamente.
La sua efficienza crea moltissimi problemi alle bande di brigatisti rossi ante litteram, che temono di perdere la supremazia sul territorio e decidono di fermare Salemi prima che arresti i responsabili dei numerosi omicidi.
Dopo diverse missive anonime in cui lo si minaccia di morte ma che non spaventano il Commissario, qualcuno decide di agire, si pianifica e si progetta l’azione mortale, si fanno sopralluoghi nei punti più strategici e adeguati a effettuare un attentato al Commissario, aspettando l’occasione più propizia che infatti arriva: il 16 novembre 1946 all’ora di cena, mentre il Commissario è isolato e con la guardia abbassata.
E così accade, Salemi, tutte le sere va a cena, nel ristorante dell’Hotel Genova in piazza del Popolo, una zona centrale di Savona. Il killer impugna una pistola con silenziatore, calibro 7,65, usata con perizia, in diverse occasioni, per ammazzare persone pericolose per gli interessi vitali degli ex partigiani, si introduce in un ingresso adiacente all’hotel, apre una porticina di servizio, entra alle spalle del funzionario, chino sul tavolo intento a cenare, prende la mira e lo colpisce alla schiena, con un solo colpo.
La pistola con il silenziatore fa appena uno schiocco, udito a malapena dalla proprietaria dell’albergo. Salemi, ha il tempo di rendersi conto che gli hanno sparato e di maledire il proprio vile assassino e poi si accascia dopo aver chiesto aiuto alla signora Teresa presente in sala.
Mentre Salemi viene assassinato presso l’hotel Genova, qualcuno all’interno della Questura, forza i cassetti della scrivania del Commissario e asporta tutte le carte investigative prodotte da Salemi nel corso delle sua infaticabili indagini: in fondo era questo che si voleva, proteggere un folto gruppo di criminali, colpevoli di centinaia di omicidi effettuati nell’immediato dopoguerra nel Savonese, tutti coperti da amnistia, ma controproducenti per l’immagine della Resistenza e dei suoi uomini.
Il Procuratore Generale Ettore Colonna, inizia l’istruttoria, in un ambito estremamente difficile e rinvia a giudizio un certo Pietro Del Vento, Sanremasco, malato di tubercolosi, personaggio controverso che dice tutto e il contrario di tutto, alterna periodi di grande agitazione psicomotoria e periodi di catalessi, insulta i giudici e fa diverse chiamate di correità verso altri suoi compagni di fede politica. È chiaramente un fattore di caos organizzato, messo nelle mani degli inquirenti per sviare le indagini. Il processo verrà portato avanti dal Dott. Sorrentino, un giudice coraggioso e capace. Il Del Vento accusato e processato successivamente per altri due omicidi, sarà anche internato negli O.P.C. di Montelupo Fiorentino e Di Reggio Emilia, e giudicato infermo di mente. Del Vento è uno strumento utile nelle mani di mandanti scaltri e malvagi, che a Savona, sono conosciuti e faranno carriera politica al riparo da noie giudiziarie.
Altri due personaggi già noti per altre vicende, ex partigiani comunisti, Genesio Rosolino e Bisio Dalmazio, saranno assolti per insufficienza di prove giudiziarie. Del Vento morirà di Tbc, portando nella tomba i suoi segreti.
Una luminosa figura è la vedova del commissario Salemi, Concetta Pasquino, che si costituisce parte civile e che presenzia alle udienze accompagnata dai tre piccoli figli, guardando in faccia l’assassino presunto di suo marito, nonostante le solite minacce di stampo mafioso non defletterà per questo, come invece altri faranno per paura. Un particolare toccante: al termine dei processi, chiederà alla Questura di Savona di poter riavere gli abiti del marito. Lo Stato tributerà al povero Commissario i Funerali di Stato, era il minimo che poteva fare per il proprio fedele servitore, vissuto senza paura e caduto con onore colpito alle spalle come solo i vili sanno fare.
Sono passati esattamente 63 anni da quella sera, e nessuno dei giovano o dei meno giovani savonesi, conosce questa storia, una storia che racconta di un medioevo oscurantista e malvagio che lasciò tracce sanguinose senza tuttavia riuscire a piegare le coscienze libere di chi credeva nella Libertà. Dobbiamo ringraziare gli uomini come Amilcare Salemi che hanno dato tutto, compresa la loro vita, per nutrire le speranze in un futuro migliore.
Roberto Nicolick
storico