«Sbaglia Fassino, io non arretro»

Il Guardasigilli: «Non ho mai sottoscritto i Pacs nel programma. Nessuno pensi di porre la fiducia sui diritti civili. Piuttosto chiedano aiuto al Polo»

da Roma

«Ma come, Fassino può fare una mozione sulla fecondazione strizzando l’occhio al centrodestra, e io non posso farne una contro i Pacs? E invece la faccio, altroché se la faccio», erompe Clemente Mastella come un fiume in piena. Non intende cedere di un millimetro, il ministro della Giustizia. Conferma che se davvero il governo presenterà una proposta sulle unioni civili si opporrà in Consiglio dei ministri e poi a Palazzo Madama, con gli altri due senatori dell’Udeur, voterà contro. Ribatte al segretario dei Ds dicendogli che «sbaglia»; e alla capogruppo dell’Ulivo al Senato Anna Finocchiaro, che annuncia «non arretreremo di un passo», risponde: «Figurati se arretro io». Al telefono, nella quiete domenicale delle mura domestiche di Ceppaloni, mostra la calma dei forti. Con più di una punta di irritazione per gli alleati però, se sbotta: «Mi fate capire perché, se in Consiglio dei ministri si astengono gli esponenti della sinistra radicale sul decreto per l’Afghanistan va tutto bene, non c’è niente di strano, e se invece Mastella non ci sta sui Pacs è uno scandalo, un fatto inaccettabile?». Più che deciso sulla sua strada, Mastella giunge a rassicurare: «Tranquilli, se il governo cade non sarà certo sui Pacs, ma piuttosto sulla politica estera».
Fassino le manda a dire che «come ogni legge», anche i Pacs nasceranno dal «combinato disposto» del governo che presenta un testo e il Parlamento che lo discute.
«E Fassino sbaglia, perché i diritti civili sono materia squisitamente parlamentare. Sai quanti governi del pentapartito sarebbero caduti, secondo il principio di Fassino? Ma la Dc non faceva commistioni, s’impegnava nelle sue battaglie di principio talvolta vincendole e talvolta perdendo, senza mai coinvolgere il governo. È stato così per il divorzio, per l’aborto e per ogni legge che trascende la politica toccando i princìpi. O qualcuno pensa che il governo possa mettere la fiducia sui Pacs?».
A tanto Fassino non arriva, ma qualcun altro dei soci di governo sì. La Finocchiaro si dice pronta a «sfidare» chiunque, «non arretreremo di un passo» promette.
«Figurati se arretro io. Io non faccio passi avanti ma nemmeno indietro, sto sulle mie posizioni perché vincolate dal congresso del mio partito, che per quanto piccolo ha le sue buone ragioni e deve rendere conto ai suoi elettori. Spiacente, ma l’Udeur quel punto del programma sui Pacs non l’ha mai sottoscritto, lo ha detto prima delle elezioni che non l’accettava, e ora nessuno può stupirsi del nostro no. E poi...».
E poi?
«Siamo seri, la fiducia si mette su un decreto di politica estera, non sui diritti civili. È per Vicenza e l’Afghanistan che il governo rischia di cadere, non per i Pacs. Perché Fassino non propone invece la libertà di coscienza sui Pacs? Così, ai nostri tre voti mancanti, potrà supplire con quello di Biondi e dei laici del Polo».
Non è che in realtà lei pensa, senza dirlo, che poi in Parlamento col voto massiccio della Cdl, i suoi, i dipietristi e mezza Margherita, le unioni civili saranno respinte?
«Non credo, se è vero che nella Margherita stanno tutti sognando il Partito democratico. Ma certo non sarà facile per loro, spiegare nel territorio e alla base elettorale che nel solco della tradizione democristiana non ci stanno più, lo hanno lasciato a Udeur e Udc».
S’è chiesto perché l’attaccano adesso e non quando fu stilato il programma?
«Perché allora erano sicuri di stravincere, pensavano che la nostra contrarietà sarebbe stata irrilevante».
È irritato con Prodi?
«Vorrei solo non essere additato come la pietra dello scandalo. Io ho ceduto spesso, per garantire la stabilità del governo: ho ceduto sull’Irak, ho ceduto pure sulla droga. Ma sui Pacs no, non posso. Farò la mia battaglia. Quel che posso promettere, è che se la perdo non sarò certamente io a provocare una crisi di governo».