«Sbagliato parlare di legge ad personam»

Annibale Marini: «Le leggi valgono per tutti i cittadini, premier compreso. Non c’è nessuna incostituzionalità nel provvedimento»

da Roma

Presidente Annibale Marini, lei era giudice costituzionale nel 2004 quando fu bocciato il Lodo Schifani e poi ha guidato la Consulta: ora si parla di riproporre lo scudo per i processi alle più alte cariche dello Stato. È una via percorribile?
«Il principio di tutelare è giusto, perché si tratta di tutelare chi è investito delle massime responsabilità pubbliche, solo per la durata del mandato. È necessario evitare che la vita politica sia avvelenata dai rapporti con la magistratura e assicurare alle massime cariche tutta la serenità necessaria. In un Paese democratico, poi, ci sono altre forme di pressione per chi commette gravi reati, le reazioni dell’opinione pubblica, dei mass media».
Perché, allora, la bocciatura?
«La Corte non bocciò il Lodo nel merito, ma indicò alcune violazioni di articoli costituzionali e a questo si può ovviare. Segnalò, ad esempio, la disomogeneità tra le cariche protette e la violazione del diritto di difesa, perché la sospensione dei processi era automatica e non rinunciabile. Mi sembra che non ci sia un’ostilità diffusa sul principio e una nuova legge si può fare insieme. La via ottimale, per me, è quella di una norma costituzionale, ma anche con una legge ordinaria è possibile superare i rilievi della Corte».
In altri Paesi lo scudo esiste già, c’è un esempio particolare da seguire?
«Non amo richiamarmi ad altri ordinamenti, perché hanno sempre un quadro diverso. Da noi bisogna considerare che i Padri Costituenti avevano già ben presente quest’esigenza e inserirono nella Carta l’articolo 68. Poi in un certo clima fu abolito, ma era inevitabile che la questione si riproponesse per certi rapporti che ci sono tra magistratura e politica».
Per l’opposizione gli emendamenti che sospendono i processi per reati non particolarmente gravi sono apripista per un nuovo Lodo Schifani e servono soprattutto a «salvare» il premier dal processo Mills.
«Questo è un argomento polemico di cui si deve sgombrare il campo: bisogna smetterla di dire che una legge è a favore o contro un premier o un ministro perché ogni legge vale per tutti e quindi anche per premier e ministri. Ragionando così si potrebbe dire che l’abolizione dell’Ici va a vantaggio del ministro dell’Economia che la propone, perché è proprietario di una casa. Questo è un ragionamento gravissimo, offensivo per il Parlamento».
Si fanno a questi provvedimenti obiezioni di costituzionalità: le sembrano fondate?
«Il primo emendamento indica delle priorità per i reati più gravi e questo principio dovrebbe essere già operante negli uffici giudiziari. Non vedo quale sia la violazione. Si può dire che si interferisce nell’attività giudiziaria, nella formazione dei ruoli, ma è altrettanto vero che da almeno 15 anni si lanciano allarmi sui ritardi della giustizia civile e soprattutto penale, che provocano danni irreparabili anche per la sicurezza dei cittadini. Il secondo sospende i processi per reati meno gravi (con la prescrizione) per snellire l’arretrato ed evitare conseguenze allarmanti, come la scarcerazione di imputati, processi non portati a termine o interrotti per prescrizione. È una misura determinata da una situazione certamente emergenziale, da esigenze di sicurezza. È quindi opportuna, anche se si può discutere sul fatto che ci possano essere altre misure utili, ma concretamente più difficili oggi da attuare, come l’aumento delle risorse e degli organici, l’accorpamento degli uffici giudiziari. Ma queste scelte rientrano nella libera sfera del Parlamento».