«Sbagliato ritirare la candidatura Prima o poi le mine scoppieranno»

Claudio Grassi, leader dei «duri e puri» di Prc: ora siamo ingabbiati. E non possiamo nemmeno fare come nel ’98...

Roberto Scafuri

da Roma

Il compagno Claudio Grassi, classe ’57, dagli anni Ottanta stabilmente ancorato al Pci in tutte le sue forme (da ultimo, quella rifondatrice), è il leader della più forte minoranza di Prc. Linguaggio un po’ grigio e ragionato, misurato e pacato, scarso ricorso a frasi roboanti, forte rivendicazione identitaria. «La cosa che più rimprovero a Bertinotti è lo strappo con le nostre tradizioni, con l’esperienza del comunismo del ’900, che ha fatto tanti errori, ma ha portato tante conquiste in tutto il mondo». Dei candidati «cosiddetti indipendenti» alla Caruso o Luxuria apprezza le personalità, «tutti dignitosi e rappresentativi per carità». Però: «possibile che i riflettori siano tutti per loro e che non si parli di un candidato straordinario come il segretario milanese della Fiom, Maurizio Zipponi?».
Oggi critica la decisione di far fuori Ferrando, ma non grida al «diktat di Prodi e Fassino». «Non è il mio linguaggio», quasi si giustifica. «Non c’è sudditanza, ma un grave errore politico sì».
Quale?
«Quelle di Ferrando sono le posizioni di una minoranza, Ferrando le ha sempre espresse e si sapeva benissimo chi si candidava».
Però una certa cautela non guasterebbe.
«Non c’è dubbio, in campagna elettorale è necessaria. Ma ognuno ha il suo modo di esprimere le proprie opinioni. Quando però si decide di aprire alle minoranze, peraltro in misura molto inferiore al loro peso nel partito, si dà per acquisito che le minoranze cerchino di esprimere la propria identità e si rendano visibili... Oggi è grave ritirare quella candidatura».
Intanto lei oggi scenderà in piazza per la Palestina o no?
«No per problemi personali, ma abbiamo aderito ai contenuti di questa manifestazione contro il Muro e per i diritti calpestati dei Palestinesi».
Bertinotti non aderisce perché non c’è il riconoscimento del principio «due popoli, due stati». Condivide Ferrando?
«No, credo che nessuna persona che si occupa di politica possa mettere in dubbio l’esistenza in vita dello stato d’Israele. Ma oggi il problema è ancora il dramma dei palestinesi, il muro che calpesta la loro identità e dignità di persone...».
I cossuttiani, cui lei un tempo era vicino, attaccano Prc. Rizzo e Giordano sono arrivati alle querele... Con chi sta?
«Trovo scandaloso che si parli di questo e non, invece, del fatto che ieri diverse organizzazioni sindacali di base abbiano avviato una raccolta di firme per promuovere una legge sulla nuova scala mobile. Sono preoccupato perché continuando a perderci dietro alle beghe, interne ed esterne, non affrontiamo i problemi concreti e magari non riusciremo neppure a battere Berlusconi...».
Prc è «sotto tiro»?
«Indubbiamente c’è un attacco contro di noi. Dovremmo rispondere all’offensiva dei moderati... Però forse stava nelle modalità con le quali ci siamo mossi fino a qui...».
Vale a dire?
«Ci siamo messi in una condizione per la quale possiamo trovarci, già ci troviamo, in difficoltà. Avremmo fatto meglio a puntare ad ottenere alcuni punti fermi nel programma che avrebbero giustificato la nostra presenza in un governo. Penso che l’Unione non abbia cambiato l’impianto degli anni Novanta... Prodi ha già annunciato la Tav e persino la possibilità di un uso della forza... Ma il sostegno a una guerra, anche con l’avallo Onu, per Prc non sarebbe tollerabile...».
Lei non la voterebbe?
«No, non la voterei».
Sarà un parlamentare disobbediente, nei confronti del governo Prodi?
«No, mi atterrò a quanto stabilito dal nostro statuto. Ma una guerra non la voterò».
Il programma dell’Unione non le piace.
«Troppo ambiguo. Invece di affrontare subito i nodi, trovando magari un compromesso dignitoso, si è preferito nascondere la polvere sotto il tappeto... E ora Prc si trova ingabbiata, per giunta con l’impossibilità di fare come nel ’98. Ma prima o poi le mine scoppieranno...».
Non sembra un ottimista.
«No, sono piuttosto pessimista: spero di sbagliarmi, ma rischiamo di trovarci nelle condizioni di votare leggi in contraddizione con il nostro elettorato, oppure di passare per i soliti guastafeste. Sarebbe stato più onesto un accordo elettorale o qualsiasi altra modalità di appoggio all’Unione».