La sbandata di Moody’s

Almeno non ci prendano per i fondelli. Sabato a Washington sono state comunicate le indicazioni del Fondo Monetario contenute nella Bozza stilata dopo il novembre scorso, che sarà discussa oggi nel board del Fondo medesimo. Più o meno nelle stesse ore (fuso orario a parte), a Milano, l'analista di Moody's - una delle tre grandi agenzie di rating sui debiti sovrani degli Stati - ha mantenuto la sua promessa del luglio scorso confermandoci AA2, uno dei migliori, ed anche l'outlook negativo. Il Fmi, che sta ai dati, approva tutto sommato i tagli della Finanziaria, sottolinea il rischio deficit. E mostra preoccupazione per la competitività e la scarsa crescita: questo è in effetti il suo chiaro e serio messaggio per il dopo elezioni dell'Italia.
A questo punto però bisogna dire che l'analista di Moody's, Sara Bertin-Leveque (era il suo compito, e se ne è parlato poco soltanto per convenienza) ha confermato ed anzi indurito la novità già anticipata a luglio. Vale a dire una motivazione politica senza precedenti, a nostro ricordo, nel rating di uno Stato sovrano. Che cosa ha scritto Moody's, a beneficio dei mercati, ma evidentemente non solo? L'Italia non è in zona retrocessione, i problemi strutturali non sono nuovi, ma c'è il rischio di una forte impennata dei tassi, un netto deterioramento dello stato patrimoniale non accompagnato da politiche fiscali volte al rigore, un debito pubblico in massiccia ascesa.
Con un commento positivo su Prodi: «Siamo neutrali, non tifiamo per nessuno. Riteniamo che i cambiamenti siano più probabili a causa dell'esperienza di Romano Prodi come presidente della Commissione Europea e quando l'Italia si stava preparando a entrare nella Zona euro». Come neutralità non c'è male e come profilo di Prodi meno ancora.
Perché invece questi signori non vanno un po' più a fondo e dietro l'immaginetta di Prodi, dietro il suo curriculum di Past-President in pensione non dicono la verità? Anche noi vorremmo essere «neutrali»: leggere e capire. Magari confidando che loro non lo sanno, ma gli advisor dell'antichità conoscevano un limite invalicabile (purtroppo in latino): Amicus Plato, sed magis amica veritas!
Comunque è chiaro che i mercati internazionali e i loro custodi hanno il solito obiettivo di affidare alla sinistra politiche di destra. Ed infatti non c'è altro modo che utilizzare la sinistra (quale sinistra?) con la sua ambiziosa disponibilità, insieme agli altri soggetti «forti» dell'establishment collegati fra loro e determinati a questo, per fare la politica che emerge come un «bigino» da business school dall'impavido rapporto di Moody's. Con l'eccezione degli ultimi cinque anni in controtendenza, è in fondo la storia di questo Paese: una severa, cioè pesantissima, politica fiscale lacrime e sangue e una barcata di privatizzazioni a svendere, presidiate dal potere della sinistra.
Se mai ci si potrà chiedere «quale sinistra», se il vero leader è D'Alema. Questo si capirà meglio, ma la politica fiscale della sinistra, così, la capirebbe anche un principiante di sicuro infinitamente meno remunerato degli analisti finanziari internazionali, per di più algidamente «neutrali».
Personalmente a un albero di trinchetto avrei invece legato il capo degli economisti di Goldman Sachs per una sua tutt'altro che criptica, anzi tavernesca conferenza stampa tenuta a margine del World Economic Forum di Davos l'altra settimana (naturalmente lo sciagurato non avrà neanche mai sentito nominare, proprio lì, la Montagna incantata di Thomas Mann) che infine ha detto molto educatamente dell'Italia: «Avete perso le occasioni, vi resterà il cibo e il turismo». Lo riprendo qui con disgusto, non tanto perché lo meriti, ma perché è in fondo lo stesso identico discorso, soprattutto per D'Alema. Il quale forse, a sua volta, non sa che negli anni '60-70 gli inglesi vedevano il loro futuro come occupati nelle industrie dell'Argentina, dell'Italia o del Giappone, o come camerieri. Poi è arrivato Tony Blair: ma senza la rivoluzione della Thatcher, non ci sarebbe stato né Blair né alcuna altra prospettiva.