Prima sbandata di Prodi sul tir: «Con me nessuna New Orleans»

Laura Cesaretti

da Roma

Giornata peggiore, meteorologicamente parlando, Prodi non poteva sceglierla per celebrare in piazza a Roma la partenza del suo Tir giallo delle primarie: tuoni, fulmini, cielo plumbeo e pioggia a raffiche violente.
Ma il Professore non perde il sorrisone da telecamera: candidato bagnato, candidato fortunato, è la sua convinzione: «È di buon augurio: abbiamo sempre cominciato con la pioggia». Anche nel '96, quando partì dal dalemiano Salento col suo pullman, «pioveva, pioveva, pioveva. Ha portato bene e speriamo che porti bene anche stavolta». E dal portone della sede unionista di Santi Apostoli parte di corsa per andare a farsi fotografare accanto al camion parcheggiato in mezzo alla piazza, affiancato da Francesco Rutelli, che subito lo supera di slancio. Rutelli è il primo ad arrivare alla manifestazione, a testimonianza del nuovo idillio sbocciato tra lui e il capo dell’Unione: «Sono venuto per dire un in bocca al lupo alla partenza di questa traversata lungo il Paese, per riaffermare il sostegno, l’amicizia e il fortissimo impegno della Margherita per questa che è una grande prova di coinvolgimento popolare», spiega. Poi attorno a Prodi si accalcano tutte le altre star del centrosinistra: c’è il sindaco di Roma Walter Veltroni, che gli augura di eguagliare i suoi successi, visto che nella capitale «in tre anni abbiamo vinto tutte le elezioni possibili: comune, provincia e regione». A testimoniarlo si è portato Enrico Gasbarra, che si riassetta il ciuffo spiovente inumidito dalle intemperie, e Piero Marrazzo che, preso da spirito di emulazione verso l’inarrivabile Veltroni, recita con voce accorata frasi famose di Clinton, equiparandolo a Prodi.
Per fortuna poi tocca a Franco Marini, che da abruzzese terragno rompe il flusso di melassa e incita il Professore con una battutaccia: «Visto che vai a Bergamo, passa da Arcore e con questa baracca fai una bella strombazzata al Cavaliere, per dirgli che il suo tempo è scaduto». E c’è naturalmente Piero Fassino, reduce da un incontro al Quirinale sul caso Fazio, che si preoccupa di tacitare gli allarmi attorno al risultato di Prodi alle primarie, su cui sono circolati sondaggi poco entusiasmanti: «La regola della democrazia dice che basta un voto in più degli altri per vincere ma Prodi voti ne prenderà tanti, tantissimi».
Infine tocca al candidato, sollecitato sul palco dalle (seriose) domande di Michele Serra. Le primarie «sono un fatica ma anche una grande occasione», esordisce. Ma, avverte, la sfida successiva sarà più dura: «Prepariamoci a una campagna elettorale difficilissima, in cui né i soldi né i media sono dalla nostra parte». I soldi, già: Serra gli ricorda che Berlusconi ne ha tanti, sicuramente più di quelli che i partiti dell’Unione metteranno a sua disposizione, e lui si dice «molto preoccupato» e spiega: «La potenza del denaro è impressionante in politica. Il presidente del Consiglio ha ricevuto 2,3 miliardi di euro da operazioni finanziarie». Quanto al futuro del suo potenziale governo, Prodi assicura che cercherà di evitare le brutte sorprese che portarono al naufragio la sua precedente esperienza: «I problemi li affronteremo tutti prima - annuncia - elaboreremo un programma comune condiviso e sottoscritto da tutti, che diventerà il programma di tutta l'Unione». E questo, spiega, «vuol dire che non ci saranno desistenze, né saranno possibili dissociazioni successive». Se sul futuro dell’Unione è ottimista, su quello dell’Italia Prodi è apocalittico: è in atto lo «smantellamento dello Stato sociale - dice - e se non lo fermiamo, tra vent’anni anche da noi si verificherà una tragedia come quella che ha colpito New Orleans». Sotto la pioggia dirotta, c’è chi fa gli scongiuri.