Sbarbaro e Antonutti non cancellano il degrado

(...) il boccascena bianco (chissà poi perché gli architetti non hanno ancora capito che le sale teatrali non si fanno bianche perché questo rende impossibile tentare qualsiasi disegno luci) era sporcato da infiniti graffi neri, segni di antichi montaggi e smontaggi; il palcoscenico era coperto da un velo di polvere; le quinte nere erano rabberciate e sulla destra un telo verde (forse la copertura del clavicembalo) stava lì, buttato per terra.
Vedevo l'assessore tentare, come un Ercole, di rimediare alla sciatteria della sala, correre a far spostare il telo verde da un imbarazzato elettricista che, in un impeto di buona volontà, si prestava a collaborare e fra me pensavo: «s'i fossi l'Assessore, sa' che farei: i finanziamenti a 'sto Teatro taglierei».
Da ogni gesto si avvertiva che il Teatro non appartiene più a nessuno e con nessuna cura e amore è tenuto. Sicuramente non appartiene più alle Istituzione che quasi devono chiedere il permesso per poterci realizzare un evento culturale e sono più sopportate che accolte.
L'atmosfera che l'Auditorium e, più ancora, il suo foyer danno è da ministero sovietico allo sbando.
Staccate la spina, non accanitevi a tenerlo in vita ad ogni costo e non sperate in un'eutanasia pietosa.
Staccate la spina e dopo ricostruite, partendo da zero, un nuovo staff, una nuova credibilità, una nuova centralità del Carlo Felice nel cuore della Città, dei Cittadini e delle Istituzioni.
Ci incamminiamo, usciamo comunque felici, perché la poesia di Sbarbaro e l'arte di Omero Antonutti ci hanno fatto dimenticare lo stato di abbandono della sala.
A pochi metri da lì, nel primo atrio di Palazzo Ducale, si sta costruendo il Muro di Ghiaccio: fondamentale installazione d'arte, non proprio una novità ma con almeno la certezza dell'effimero: i 14 gradi di questo mite inverno provvederanno a scioglierne ogni traccia. I suoi mattoni gelati non finiranno come gli ultimi guerrieri cinesi ancora inscatolati nell'atrio di palazzo Ducale accanto ad un immenso pesce tonno, inscatolato pure lui, residuo di qualche imperdibile mostra.
Ma questa montagnola di ghiaccio a pochi metri dal Transatlantico - Carlo Felice, nella notte, ricorda la punta di un iceberg vagante: sul ponte di comando il capitano è legato mani e piedi, l'equipaggio s'è ammutinato da un pezzo, l'armatore aspetta solo il premio dell'assicurazione e non c'è nemmeno più l'orchestra a suonare fino all'ultimo. Si affonda in silenzio.