Gli sbarchi e la guerra

Quasi quarantott’ore dopo l’attacco aereo condotto da alcuni aerei mandati da Gheddafi, una gigantesca colonna di fumo si leva ancora dal porto di Misurata, tuttora in mano ai ribelli. Solo i silos che contenevano carburante sono stati centrati dalle bombe segno evidente, secondo fonti dei rivoltosi, che nella città sotto assedio esiste una quinta colonna che passa ai lealisti informazioni sui bersagli da colpire.
Misurata si conferma il teatro principale dei combattimenti in corso in Libia, che si sono ormai concentrati nell’ovest del Paese, in quella Tripolitania che in teoria dovrebbe trovarsi saldamente nelle mani dei gheddafiani. Invece si combatte non solo a Misurata, centro anche di una guerra psicologica a base di comunicati che annunciano vittorie e ritirate tutte da verificare, ma anche a Zenten e al confine con la Tunisia. E continuano le partenze delle sgangherate e stracariche imbarcazioni di fortuna che trasportano verso la disgraziata Lampedusa centinaia di disperati in fuga dall’inferno dell’Africa.
Sorge spontaneo chiedersi, in tutto questo, cosa stia facendo la Nato. Sabato gli insorti di Misurata avevano denunciato di aver chiesto per tempo l’aiuto degli aerei dell’Alleanza Atlantica contro un possibile attacco dall’aria al porto, ma di non avere ricevuto una risposta; dopo che l’attacco era avvenuto, fonti Nato da Bruxelles hanno detto che si sarebbe proceduto alla «verifica dei fatti a Misurata», ma a tutt’oggi di questa verifica non si è saputo alcunché; diciotto tra navi e sommergibili della Nato incrociano al largo delle coste libiche per preventire i traffici d’armi, ma non fanno nulla per prevenire le continue partenze dai porti della Tripolitania di barconi sovraccarichi di disgraziati pomposamente ribattezzati “migranti”, immancabilmente diretti verso il territorio italiano, che rappresentano altrettante «bombe umane» cinicamente usate da Gheddafi per mettere in difficoltà l’Italia, membro della Nato.
Ieri, è vero, una delle operazioni belliche condotte dai cacciabombardieri atlantici ha avuto Misurata come bersaglio. Sono stati colpiti obiettivi in un quartiere orientale della città, con ogni probabilità occupato dai lealisti che da oltre due mesi la assediano. Questo sembra essere un segnale di risposta a quanto accaduto nella notte tra venerdì e sabato, quando la no fly zone che la Nato si è impegnata a imporre sulla Libia è stata violata dagli aerei che hanno bombardato i depositi di carburante del porto della città. Resta però da capire come e perché questa violazione sia potuta accadere.
Altre bombe Nato hanno colpito ieri quasi simbolicamente la capitale Tripoli, distruggendo un deposito di armi, e Sirte - città natale del Colonnello - dove sono state colpite postazioni per il lancio di missili. Continua inoltre il preoccupante sconfinamento del conflitto in territorio tunisino, dove nonostante le rassicurazioni e le promesse delle autorità di Tripoli continuano a piovere a decine i proiettili di artiglieria scagliati da obici. I ribelli rimasti feriti in questa battaglia che ormai dura da giorni attorno al posto di confine di Wazin-Dehiba e in quella ancor più sanguinosa che interessa la città di Nalut a circa 50 chilometri dalla frontiera, si recano in Tunisia anche per farsi curare: solo ieri mattina una cinquantina di feriti si sono presentati all’ospedale regionale tunisino di Tataouine.
La battaglia a Misurata, la cui riconquista Gheddafi considera essenziale per il mantenimento del proprio potere, continua furiosamente. Forze lealiste e ribelli si affrontavano ieri nella zona dell’aeroporto, dove si continuano a sentire fragorosi colpi di artiglieria ed esplosioni di missili. La televisione del regime ha diffuso la notizia di una presunta resa di massa avvenuta tra le forze ribelli di Misurata, senza peraltro fare cifre. Le notizie provenienti da altre località libiche (Zenten, Dehiba, Gialo tra le altre) non fanno intanto che confermare il carattere sempre più evidente di guerra civile che hanno assunto gli scontri nel Paese che Muammar Gheddafi ha governato con il pugno di ferro per 42 anni.