Sbarchi, esodo biblico Quelle false promesse dell’Ue sugli immigrati

L'Europa è sempre ligia sui regolamenti. Ma non è mai reattiva di fronte alle sfide che la minacciano. L'Unione è già morta, cieca e sorda di fronte a un'invasione che rischia di abbatterla. E Maroni va all'attacco: <strong><a href="/esteri/_esodo_biblico_maroni_allattacco_leuropa_ci_lascia_soli/14-02-2011/articolo-id=505860-page=0-comments=1" target="_blank">Bruxelles ci lascia soli</a></strong>

Una volta era il sogno del domani. Oggi è l’incubo del giorno dopo. È l’Europa lenta e grigia, l’Europa Moloch della peggiore burocrazia, l’Europa che affronta le emergenze agendina alla mano, incapace di darsi delle priorità, ligia solo ai regolamenti e alle procedure. È l’Europa già morta, pronta a indignarsi per una eccezione alle regole, ma cieca e sorda di fronte a un’invasione che minaccia di abbatterla. È l’Europa cieca e ottusamente egoista. Guarda indifferente alla fuga di disgraziati e criminali dalle coste della Tunisia, ma non realizza che le coste dell’Italia a cui approderanno sono parte del proprio territorio e del proprio essere. È l’Europa ben rappresentata dalla portavoce per gli Affari interni, Cecilia Malmstrom. Di fronte agli appelli del ministro dell’Interno Roberto Maroni preoccupato per quell’«esodo biblico» la Malmstrom si dice «pienamente cosciente della situazione eccezionale che si sta vivendo in Italia». Ma di quale Italia parla? Qualcuno ricordi ai vertici degli Affari interni europei che l’Italia dal punto di vista del transito confinario non esiste più dal 1997. Da quando il trattato di Schengen, firmato nel 1985, venne adottato da tutti i Paesi tranne Regno Unito e Irlanda. Qualcuno ricordi ai vertici dell’Europa - restii a rivedere i propri programmi persino di fronte alle emergenze - che le migliaia di criminali e disgraziati pronti ad approdare sulle nostre coste possono diventare un problema per tutti loro in meno di 48 ore. Giusto il tempo impiegato da un treno ad alta velocità per collegare Palermo e Parigi, Roma e Francoforte. In meno di due giorni quella massa in fuga, a cui potrebbero mescolarsi terroristi, criminali comuni, ricercati politici, non sarà più in Italia, ma nel cuore della grande Unione, ne minaccerà la sicurezza e le regole. Eppure l’Unione non vuole vedere, non vuole sentire. Per quasi 48 ore ha risposto alla disperazione di Maroni proponendogli di esaminare l’emergenza tunisina nella riunione del “Consiglio per gli affari interni” prevista per il 24 febbraio. E, di fronte alle insistenze del nostro ministro che ricordava come la situazione dei porti tunisini fosse completamente fuori controllo in seguito allo smantellamento delle forze della polizia, ribatteva di non poter cambiare il calendario dei propri lavori. «Hanno risposto - ricordava Maroni - che queste richieste vanno fatte 15 giorni prima: sono allibito da questo approccio burocratico». Solo di fronte all’insistenza di Maroni hanno rivisto la loro posizione. Hanno promesso di aiutarci. C’è da crederci? In passato non è mai stato così. Anzi. Quando il nostro Paese ha adottato la politica dei respingimenti per bloccare la minaccia dell’immigrazione, l’Unione ci ha punito con una totale mancanza di collaborazione, con lo sguardo indignato dei benpensanti. Eppure a indignarci dovremmo essere noi. I cittadini italiani, tutti i contribuenti europei illusi e ingannati da un’Unione che dilapida le loro tasse. Lo scorso anno l’arcigna Baronessa Cathy Ashton, responsabile degli Affari esteri e della Sicurezza dell’Unione, ci ha regalato il cosiddetto Servizio Europeo per l’Azione Esterna, una corte di 136 ambasciatori europei che - oltre a rappresentare un inutile duplicato delle rappresentanze diplomatiche nazionali e a costare la bellezza di tre miliardi di euro all’anno – sembra non servire a nulla. Per capire che in Tunisia la dissoluzione della polizia aveva portato all’assenza di controlli sulle carrette dei mari l’Europa ha atteso il grido d’allarme del nostro ministro, le verifiche delle nostre motovedette, le informative dei nostri servizi di sicurezza. E per spingere Tunisi a muoversi non si è mosso un ambasciatore europeo pagato fino a 221mila euro l’anno, ma il nostro governo. Europa fermati, voglio scendere.