Lo sbarco di Fini in Afghanistan «Siamo nel mirino del terrore»

Il vicepremier a Kabul: «Non verremo mai meno ai nostri impegni»

Gianni Pennacchi

nostro inviato a Kabul

Sì, Gianfranco Fini riconosce con lucidità che il nostro paese, poiché «si assume responsabilità sia in Afghanistan che in Irak», aiutando quelle popolazioni «a liberarsi dal terrorismo» e a ritrovare libertà e democrazia, «fa sì che sia considerato un particolare obiettivo». Al pari di altri paesi ovviamente, e senza che ci sia «un nesso diretto» tra l’impegno quaggiù e un eventuale attentato a casa nostra, perché «l’intera comunità internazionale è a rischio», e dopo la strage di Sharm el Sheik è ormai chiaro che «il terrorismo ha dichiarato guerra a tutta la comunità internazionale». Che vuoi fare, tirarti indietro? «Se ci sottraessimo alle responsabilità prese, solamente per timore, verremmo meno al dovere contratto con questi governi e con queste popolazioni», ricorda il ministro degli Esteri e vicepremier.
Non sottraiamoci dunque, ed eccolo Fini sulla tribuna innalzata nel campetto di calcio del comando generale Isef accanto ad Hamid Karzai, per la cerimonia della presa di comando della missione internazionale. Il nostro generale Mauro Del Vecchio riceve la verde bandiera dell’Isef dalle mani del collega turco Ethem Erdagi. Karzai applaude e sorride, elegante come sempre: per l’occasione sfoggia una fresca mantella pasthun bordata di verde. Alle spalle dei due militari sventolano le 36 bandiere dei paesi che partecipano alla missione di «sicurezza e ricostruzione» dell’Afghanistan. Applaude anche Emma Bonino, qui alla testa dei 60 osservatori europei chiamati a vigilare sulle elezioni politiche di metà settembre, e che Fini onora ripetutamente.
Una giornata intensa e pesante, quattro ore di volo mattutino su un C130 da Abu Dhabi con l’attesa di altrettante nel pomeriggio per il ritorno, l’assunzione di comando da parte del nostro contingente, poi i colloqui al palazzo presidenziale, infine la visita al Campo Invicta, dove Fini ha salutato i nostri soldati: «Grazie, innanzi tutto come italiano; e come ministro degli Esteri, per avere raccolto dai miei colleghi iracheno e afghano un vivissimo apprezzamento per la vostra professionalità e la vostra umanità». Ora il vicepremier parla coi giornalisti, è soddisfatto che alla cerimonia sia venuto Karzai, «è la prima volta che lo fa», dice che la «presenza del governo e del Parlamento» qui era «doverosa», vanta che il nostro impegno è massiccio e vasto, ammette: «Non ci sfugge che l’assunzione di ulteriori responsabilità a poche settimane dal voto significa essere maggiormente esposti agli occhi degli integralisti, dei terroristi e delle sacche residue di talebani. Ma non ci si sottrae alle responsabilità, nel momento in cui ci si impegna ad andare avanti».
Il presidente afghano sollecita dall’Italia «una crescente attenzione», ha espresso a Fini «grande simpatia e gratitudine per il ruolo delle nostre forze armate». E qui, una frecciata all’indirizzo di Romano Prodi: «Più volte Karzai mi ha detto che i nostri soldati hanno un approccio con la popolazione che è giusto, rispettoso, senza nemmeno un filo di arroganza: e ogni riferimento al presunto ruolo di truppe occupanti, è puramente voluto».
Quando ce ne andremo dall’Afghanistan? Tra dieci anni? «No, dieci anni è il percorso che il ministro Martino indicava come necessario per la comunità internazionale a completare la ricostruzione e il ritorno alla piena normalità. I tempi della sicurezza invece, credo che siano molto, molto più prossimi». Così dall’Irak, il ritiro si avvierà in autunno come il governo aveva annunciato «di gran lunga prima» di Sharm. Il «disimpegno graduale» è concordato con le autorità irachene e con gli alleati, Fini spiega che «se vi è, come vi è nella provincia di Nassirya, uno standard molto elevato di sicurezza, intorno al 90 o 95%, di più non si può fare e le forze irachene sono più che autosufficienti: dunque, che ci siano 300 carabinieri in più o in meno, non fa alcuna differenza».