Alla sbarra arriva il clan della Gomorra nera

Per la prima volta un’organizzazione di ghanesi e nigeriani è accusata
di associazione di stampo mafioso: utilizzava gli stessi sistemi della
camorra

Gian Marco Chiocci - Luca Rocca

Gomorra nera. Immigrati alla sbarra per 416 bis nella patria dei Casalesi. È una prima processuale assoluta quella scaturita dall’inchiesta «Restore Freedom» di quattro anni fa, condotta dalla polizia e dalla Dda di Napoli, che vede rinviati a giudizio una ventina di extracomunitari. Imputati di camorra. L’organizzazione straniera presente sul nostro territorio a cui i magistrati partenopei contestarono per la prima volta l’associazione per delinquere di stampo mafioso, composta da nigeriani e ghanesi, approderà tra poco in un’aula di tribunale. I «sodali» dell’organizzazione criminale dovranno rispondere di sfruttamento della prostituzione, tratta delle schiave, riti wodoo, immigrazione clandestina, contraffazione di documenti. Altre indagini su etnie africane (quelle del Ros e della Squadra mobile di Roma su organizzazioni di nigeriani, ad esempio) hanno visto contestare agli associati lo stesso reato, ma con «Restore Freedom» fra un mese potrebbe arrivare una sentenza senza precedenti, destinata a fare storia.

Invece di interferire nel traffico di droga e negli appalti, business esclusivi della Camorra Spa, i clan neri utilizzavano il medesimo, violento, efficace, modus operandi della criminalità casalese, e campana più in generale. Dalle indagini della Dda partenopea è emerso uno spietato «mercato di schiave» che aveva la sua base operativa tra Castelvolturno e Casal di Principe, fino a Baia Domizia. Vittime anche ragazze minorenni, che venivano «acquistate» direttamente in Africa, contattando le famiglie attraverso insospettabili mediatori. Dopodiché le giovani venivano condotte in Italia e sottomesse tramite riti wodoo, costrette a prostituirsi per restituire i soldi del viaggio (circa 50mila euro) e pagarsi l’affitto del marciapiede, liberarsi dal maleficio e far cessare le minacce ai familiari. Ma spesso le vittime si trasformano in carnefici, ed è per questo che molte di loro si ritrovano indagate per sfruttamento della prostituzione. Nemmeno il tempo di sdebitarsi e liberarsi del sortilegio, infatti, che le donne diventavano parte integrante di un clan guidato da boss nigeriani e ghanesi.

La «tratta delle schiave» era gestita quasi esclusivamente dalle cosiddette «madame», donne che secondo la procura creavano associazioni sulla carta di tipo culturale, come «Sweet Mother», «Supreme Ladies Association» e «Great Binis Association», ma che in realtà servivano proprio per gestire il traffico delle prostitute, svolgendo anche la funzione di «tribunale» che dirimeva liti interne e puniva chi non rispettava le regole. Il meccanismo e le minacce funzionavano così bene che il ricorso alla violenza era diventato quasi superfluo. Le associazioni «culturali» costituivano anche una cassa di mutuo soccorso per l’«acquisto» di altre ragazze dopo le retate di polizia e carabinieri, ma fungevano anche da struttura sanitaria per procurare aborti clandestini.

Questo, dunque, il piano d’azione dei «casalesi neri» sotto processo per 416 bis: le «madame» nere avevano l’assoluto monopolio nella gestione territoriale delle prostitute. Agli uomini, specializzati nel commercio degli stupefacenti, era invece demandata la protezione delle ragazze e il loro accompagnamento con i pulmini sul «luogo di lavoro» (quasi sempre il litorale domizio, spesso teatro di scontri fra bande straniere, albanesi e russe, dedite al racket). Il business funzionava così bene che l’organizzazione aveva fatto proseliti a Napoli, Roma, Forlì, Verona, Teramo, Pescara, Torino e Modena.
Fra gli imputati c’era (c’è) un latitante eccellente: Odion Israel Aigbekean, quarantenne di Benin City, alla guida di una chiesa anglicana, la «Sacred Hearth Church of Mission’s God», ricavata nel retro di un anonimo ristorante tra Villa Literno e Castelvolturno. Il «pastore» predicava bene e razzolava malissimo sguinzagliando gli uomini del clan nelle più classiche azioni camorristiche, anche se gli interessi venivano diversificati per non inteferire con i clan di Bidognetti, Iovine e Zagaria. Aigbekean, intercettato per due anni dalla polizia e dai servizi segreti, era fuggito poco prima dell’arresto. Riacciuffato, fece perdere le tracce una seconda volta approfittando di un vizio di forma che obbligò il tribunale del Riesame a rimetterlo fuori. Le centinaia d’intercettazioni telefoniche degli inquirenti non lasciano dubbi sulla gestione delle regazze da marciapiede: «Ma chi mi hai mandato? Questa è pelle e ossa...».

E ancora: «La ragazza è malata, fa venire la sorella al posto suo». Con la copertura della «religione» ad ottobre è finito in galera un collega del pastore anglicano. Si chiama Joel Uji, nigeriano di 22 anni, leader di una setta nordafricana indagata per associazione mafiosa: per l’affiliazione imponeva agli iscritti di pagare centinaia di euro e di bere sangue umano.