Alla sbarra il falso monsignore che truffava in abito talare

Piero Pizzillo

È arrivata la resa dei conti per Vittorio Maria Francescone, 66 anni, di Cassino, residente a Cornigliano, «arcivescovo di Tessalonica e Nunzio apostolico della Santa Sede in Ecuador», come amava farsi chiamare da chi aveva avuto la fortuna di conoscerlo e apprezzarne le virtù. Un prelato sui generis, però, perché, invece di dedicarsi alle cure delle anime di chi si rivolgeva a lui considerandolo un rappresentante della Chiesa cattolica di alto spessore, non perdeva occasione per millantare amicizie tra politici, amministratori pubblici, dirigenti bancari, dicendosi disposto a venire incontro alle esigenze delle sue «pecorelle», naturalmente dietro il versamento di un obolo. Non senza prima aver adornato la casa di oggetti sacri, tra cui spiccava una foto di Papa Giovanni Paolo II, con dedica, ovviamente falsa come i vari titoli e onorificenze di cui si pregiava. Ricevendo i «fedeli» in abito talare e in uno studio dove aveva messo in bella vista arredi liturgici e lettere di monsignor Dionigi Tettamanzi (anche queste fasulle) prometteva assunzioni presso società pubbliche e private dove poteva contare sull’amicizia dei dirigenti. Naturalmente pagando qualcosa. Ad esempio: un posto presso la Telecom, o il Credito Agrario Bresciano, o l’ordine dei Medici di Brescia, si faceva consegnare somme che andavano fino ai 3500 euro. Costava solo 2 milioni (di lire), a suo tempo, la promessa di intercedere per il trasferimento dalla filiale Carige di Nizza a quella di Bergamo, mille euro l’assunzione di un giovane presso l’Ina Assitalia di Roma, tramite l’intervento del «direttore Canfora», persona del tutto sconosciuta. Francesconi (difeso da Marco Piccardo) risponderà delle truffe che il pm Biagio Mazzeo gli ha contestato a conclusione delle indagini. Tra breve la richiesta di rinvio a giudizio e poi il processo.