Sbarramento, liste, premi: ecco i nodi da sciogliere Già pronti i franchi tiratori

Eliminato l’uninominale, ogni candidato dovrebbe giocare anche contro l’alleato di coalizione. L’incognita delle «liste modulari»

da Roma

Sbarramento e premio di maggioranza. È sostanzialmente su questi due punti che nella Casa delle libertà si sta giocando la partita per il ritorno proporzionale. Con accelerazioni improvvise e pure decise frenate. E la querelle - apertasi martedì con un emendamento presentato dalla maggioranza in commissione Affari costituzionali della Camera - è continuata per tutto ieri, tra subemendamenti (dell’Udc), rilanci (di An) e lunghe discussioni sulla calendarizzazione in Aula del dibattito (dell’Unione, che ne chiede un rinvio). Insomma, una situazione alquanto confusa, soprattutto considerando l’alto numero di deputati che a parole si dicono pronti a discutere un’eventuale modifica ma nei fatti hanno già deciso di approfittare del voto segreto per bloccare qualsiasi riforma del sistema elettorale. Ma andiamo con ordine.
Proporzionale. Il progetto - almeno allo stato dell’arte - prevede il ritorno al proporzionale. Insomma, se oggi il 75% dei parlamentari (475 deputati e 230 senatori) sono eletti con il maggioritario e solo il 25% con il proporzionale, l’emendamento del centrodestra prevede la totale cancellazione dei collegi uninominali: deputati e senatori saranno eletti tutti con il metodo proporzionale. E sta qui uno dei primi nodi da sciogliere, per l’Unione ma pure per il centrodestra. Già, perché la cancellazione dei collegi uninominali a sei mesi dal voto è un problema per tutti quei parlamentari che in questi anni si sono curati il collegio, con dispendio di energie e soldi. Di qui, il malumore di molti. Anche perché, una cosa è essere in alternativa a un avversario dello schieramento opposto, altra è correre pure contro i compagni di coalizione.
Le liste «modulari». Come saranno eletti i parlamentari? Attraverso una lista fatta di due elenchi (uno bloccato, l’altro soggetto a preferenza) sulla base delle attuali circoscrizioni elettorali. Le liste sono «modulari» perché ogni partito può optare per due elenchi totalmente bloccati o totalmente a preferenze. E pure su questo punto, sono in molti tra Camera e Senato ad avanzare perplessità. Nel caso di liste con preferenza, infatti, il deputato che fino a oggi ha fatto campagna elettorale nel suo collegio (che nelle grandi città può anche coincidere con uno o due quartieri) si ritrova costretto ad andare a cercare voti in un’intera regione o quasi (molte regioni coincidono con le circoscrizioni elettorali, solo la Lombardia ne raggruppa tre). Senza contare i dubbi di tutti i parlamentari eletti in Lombardia, Veneto e Sicilia (dove la Casa delle libertà ha fatto il pieno di collegi uninominali) che, di fatto, si vedrebbero costretti a cedere i loro posti ai colleghi eletti in altre regioni.
Sbarramento. Nella prima formulazione si prevede uno sbarramento del 4% per la Camera e 3% per il Senato. Ma l’Udc ha già proposto di abolire la soglia, mentre An ha fatto sapere che la considera imprescindibile. E qui si gioca la partita, perché con lo sbarramento i partiti che non arrivano al 3 o 4% non entrano nel computo per i seggi (neanche per il premio di maggioranza). E sarebbero costretti a improbabili aggregazioni (Margherita e Udeur? Verdi, Pdci e Di Pietro?).
Premio di maggioranza. L’emendamento lo quantifica in 50 seggi e dovrebbe portare la coalizione vincente a un minimo garantito di 340 seggi alla Camera e 175 al Senato (il 53,8 per cento dei seggi totali). Oltre questa soglia non viene applicato. Di fatto, dunque, lo schieramento vincente non potrà avere quella larga maggioranza di cui ha beneficiato il centrodestra nel 2001 (che con il 49,5% su base proporzionale ha comunque portato a casa 368 deputati contro i 242 dell’Ulivo). Ed è anche per questa ragione che l’Unione grida al «colpo di Stato».
Vincolo di coalizione. A tutela del bipolarismo, l’emendamento presentato dalla Casa delle libertà prevede l’obbligo di coalizione. Ma An chiede di più: che prima della riforma elettorale sia approvata la devoluzione che, tra le altre cose, prevede anche una «norma antiribaltone».