«Sbeffeggio il conformismo della Londra anni Ottanta»

Alan Hollinghurst, raffinato autore inglese poco conosciuto in Italia, con il suo quarto romanzo nel 2004 ha vinto il Booker Prize, il più prestigioso premio letterario britannico, e ha fatto parlare anzitutto per il fatto che ad aggiudicarsi la vittoria fosse per la prima volta in 36 anni un «romanzo gay».
Il libro in Inghilterra ha avuto ottimo successo di pubblico, ed è stato unanimemente osannato dalla critica e magnificato per uno stile di scrittura raro, ampolloso e ricercato, in virtù del quale Hollinghurst è stato paragonato a Henry James. Date queste premesse è quindi con soggezione che si intraprende la lettura de La Linea della Bellezza (Mondadori, pagg. 500, euro 19), poderoso racconto di iniziazione sentimentale, sessuale e sociale del 21enne Nick Guest, giovane dottorando alle prese per l’appunto con una tesi sull’amato Henry James, ospite (nomen omen) della ricchissima famiglia del deputato tory Gerald Fedden nella esaltante e vorace Londra degli anni Ottanta.
La connotazione gay del racconto tuttavia, per quanto fondamento della vicenda di amori e di sesso, non è né l’aspetto principale né quello più interessante della storia, la cui ambientazione negli anni di governo di Margaret Thatcher sembrerebbe essere la vera protagonista. Il romanzo è il viaggio di Nick all’interno di un mondo a parte di infinito privilegio e di coriaceo individualismo, dove il ragazzo è un outsider sia in quanto omosessuale nell’epoca thatcheriana, che in quanto sofisticato e fragile esteta alla ricerca disordinata della bellezza ma di provenienza medio borghese, sopraffatto dallo stile di vita dei Fedden e ammaliato dalle opportunità di «bella vita» che questi e soprattutto un plurimilionario amante libanese possono offrirgli. Il resto del mondo rimane sempre fuori e distante, però, e con esso le tensioni sociali (di cui non si ha traccia), lo spettro dell’Aids, e qualsiasi altra minaccia esterna che occasionalmente compare nei continui dialoghi dei personaggi, in un minuetto incessante di party, tè, ricevimenti, come nella migliore tradizione letteraria britannica.
Ed è dopo un estenuante numero di pagine di conversazioni e presentazioni come solo gli inglesi sanno scrivere, che la soggezione iniziale svanisce, e si affaccia la perplessità sull’annunciato capolavoro. E poi: gli anni Ottanta sono davvero protagonisti? E non sarà che per i lettori non britannici apprezzare l’acclamata maestria nel ritrarre un mondo e un momento storico sia più difficile proprio a causa di quella particolare cifra narrativa?
Hollinghurst, interrogato a proposito, dice: «Non credo di aver avuto l’obiettivo di mostrare il decennio nella sua violenza di distruzione dei valori e come l’inizio della generale decadenza morale dei nostri giorni. Il mio scopo era semplicemente raccontare la storia di un ragazzo sui generis in quel particolare periodo. Penso che i lettori, soprattutto quelli inglesi, avvertano come nel libro sia sempre presente lo spirito etico dell’epoca thatcheriana. Ma di nuovo, il mio interesse principale era la storia di un giovane piuttosto singolare e plasmabile. Mi auguro che la situazione politica sia sempre percepita nel romanzo, ma non ho mai avuto l’intenzione di farvi entrare “La Politica”. A me piace scrivere diversi tipi di libro allo stesso tempo, mi piace muovermi rapidamente tra gli aspetti ricorrenti del romanzo sociale inglese, la commedia, la satira, e l’analisi un po’ più profonda di pensieri e sensazioni. Per la verità spero che i lettori ritrovino questa complessità.
Ma degli anni Ottanta ha nostalgia o no?
«All’epoca in cui è ambientato il romanzo avevo poco più di trent’anni, e già molte meno illusioni rispetto al protagonista. Come lui mi muovo in una curiosa dimensione in cui le arti contano, e gli Ottanta da quel punto di vista sono stati un periodo meschino e conformista. Il mio attaccamento per certi ideali socialisti forse era sentimentale... Devo ammettere che quello fu anche il momento in cui per la prima volta nella mia vita guadagnai cifre di denaro di un certo rilievo, e piuttosto velocemente. Ma detestavo il trionfalismo brutale dell’epoca, lo “Spirito Falkland”, l’avidità travestita da prudenza e l’eccesso mascherato da virtù. No, non ho alcuna nostalgia».
E degli anni di Blair cosa pensa? Il paese è ancora influenzato dalla Thatcher? Di recente lei ha affermato che Tony Blair sta facendo cose che Maggie non si sarebbe neppure sognata di azzardare...
«Blair adesso si trova in quella crisi da terza legislatura che colpì la Thatcher dopo il 1987 - l’impopolarità crescente, la sensazione di essere diventata sempre di più un peso per il proprio stesso partito, l’arrogante convinzione di essere sempre nel giusto, la valanga di irrimediabile fallimento. Credo che ci muoviamo ancora in un mondo disegnato dalla Thatcher, e che forse stiamo assistendo a qualcosa di inevitabile per la carriera di un Primo ministro thatcheriano».
L’unica cosa chiara è l’avversione di Hollinghurst verso la Lady di Ferro, che è peraltro l’unica figura in 500 pagine di romanzo ad essere davvero satireggiata, nella sua unica apparizione. Quando però gli abbiamo chiesto di spiegare un po’ meglio le ragioni della sua antipatia, appoggiandola a un giudizio storico articolato, ha preferito glissare. Forse aveva ragione Joseph Schumpeter quando, ormai più di sessant'anni fa, diceva che gli intellettuali hanno qualche piccolo pregiudizio anticapitalistico?