Lo sberleffo al potere sovietico è un bel Concerto

Dall'autore di <em>Train de vie</em> un nuovo capolavoro: il direttore d'orchestra fu silurato da Breznev e restò al Bolshoi come uomo delle pulizie

Roma - Oggi sedie vuote al Csm, in segno di protesta antigovernativa? Ieri comparse affittate dal CCCP-Urss (500 rubli a comparsa, due domeniche di seguito, 600) per far vedere al popolo che la storia stava dalla parte di Breznev, riempiendo però la Piazza Rossa di figuranti prezzolati. I comunisti, insomma, non finiscono mai di stupire, adesso che ce li raccontano perché, venuto giù il Muro di Berlino, falce e martello al massimo servono a Fausto e a Lella Bertinotti (in odore di separazione) per giurarci su amore eterno, incalzati dalle Iene tv. Stavolta tocca a Radu Mihaileanu, regista romeno scappato da Ceausescu, dunque da una dittatura comunista, mostrarci i lati neri della bandiera rossa con il suo Concerto (da domani nelle sale), commedia grottesca che fa ridere e piangere attraverso una vicenda veramente accaduta. Perché ben prima della Perestroika i nipotini di Stalin diffidavano di ebrei e intellettuali, proprio come i nazisti, perseguitando fisicamente e moralmente chi non la pensava come loro. Così l’autore di Train de vie, rifugiatosi in Francia, porta sullo schermo la storia di Evgeny Svetlanov, brillante direttore d’orchestra a capo dell’Orchestra del Bolshoi, che nel 1979 si vide umiliare pubblicamente, con rottura della bacchetta sul palco, durante l’esecuzione del Concerto 35 di Ciakovskij. «Giù il sipario!», ordinò il tovarish-terminator inviato da Leonid Breznev, per annientare quel musicista, che osava dargli del «coglione», rifiutandosi di licenziare la sua prima violinista e il marito orchestrale di lei, soltanto perché ebrei dissidenti. Come già mostrato da Bernardo Bertolucci ne L’ultimo imperatore (1987) i compagni, all’epoca del loro predominio, russi o cinesi che fossero, in un amen declassavano dalle stelle alle stalle chiunque non risultasse allineato, sicché non fa eccezione il protagonista (l’espressivo Aleksei Guskov) di questo mélo balcanico.

Ma lui, diventato uomo delle pulizie proprio in quel Teatro Bolshoi che frequentava da bacchetta magica, si prenderà una rivincita. Trent’anni dopo la mortificazione subita, morti di stenti gli amici ebrei (deportati), intercetterà un fax del parigino Théatre du Chatelet, che invita l’orchestra del Bolshoi a suonare nella Ville Lumiére... Idea: alla faccia degli oligarchi della Duma, il Maestro riunirà i vecchi amici musicisti, come lui declassati, e li porterà a Parigi, con passaporti falsi forniti dagli zingari. È l’occasione tanto attesa, per suonare insieme alla bella e brava solista (l’intensa Mélanie Laurent, lanciata da Tarantino in Bastardi senza gloria), che poi è la figlia dei due musicisti ebrei, morti nel lager sovietico. I conti con la vita tornano in pari e non va persa la scena finale, con la struggente esecuzione di quel magico Concerto 35 di Ciaikovskij, suonato tra ricordi, nostalgia e note zuppe di lacrime. «Dicono che i miei film siano mélo, perché io amo andare all'estremo delle emozioni, lasciandole libere come cavalli selvaggi. Il cinema, per me, non è la riproduzione piatta della vita, ma un'esaltazione dei sentimenti, pura energia vitale che combatte la mediocrità e la bestialità che ci circondano», dice Radu, ebreo gitano, che attacca un manifesto sui muri dell’anticomunismo ma poi teme d’inimicarsi qualcuno, magari in Francia, dove vive comodamente. «Non penso che il mio film sia anticomunista: racconta solo il regime dittatoriale, qualunque esso sia. Da Pinochet a Pol Pot, che sia Unione Sovietica o Spagna, qualunque dittatura è impostura. Parlo della volontà di rimettersi in gioco, di ritrovare la dignità umana perduta», cerca la via dell’ecumenismo, lui che al momento prepara Source des femmes (La sorgente delle donne), il suo prossimo film sulla condizione delle donne arabe e, guardingo, sta attento a non pestare i calli di nessuno: l’altra sera, per dire, duettava con Barbara Palombelli all’Auditorium, di fronte al pubblico pagante. E i gitani, che ballano e suonano, citando un mondo tzigano, vivo solo nei sogni del regista? «Sono fratelli e vitali barbari dell’Est».