Scacco ai regimi: Siria, Algeria e Yemen i prossimi obiettivi

E ora avanti il prossimo. La lotteria delle rivoluzioni mediorientali è in pieno svolgimento. E durerà qualche altra settimana. Ma di biglietti vincenti ne usciranno pochi. Certo qualcosa i sudditi arrabbiati porteranno a casa. Ma saranno i soliti “panem e circenses” elargiti da 30 anni dalle dinastie di autocrati e sovrani al potere. I kuwaitiani di certo non si potranno lamentare. “Al Soor Al Khamis” un organizzazione il cui nome suona come “Quinto muro” vorrebbe tutti in piazza per l’8 febbraio. L’emiro Al Ahmed Al Jaber Al Sabah ha, però, già spiazzato tutti annunciando una mancetta da 2500 euro a crapa per ogni suddito e la distribuzione di cibo gratis fino al prossimo marzo.
A passar dalle stelle alle stalle la situazione non cambia molto. A Damasco, la capitale del regime più povero e repressivo, l’appuntamento con la protesta lanciata su Facebok dal gruppo “Rivoluzione Siriana” è per oggi e domani nelle piazze del Paese e davanti alle ambasciate all’estero. Sul secondo appuntamento si può pure scommettere. Sul primo è lecito dubitare. Anche perchè i rivoltosi di Facebook risiedono in gran parte all’estero mentre chi la rivoluzione dovrebbe farla per davvero vive sotto la cappa dei servizi di sicurezza di Bashir Assad. Certo un po’ di fermento la rivolta egiziana e tunisina l’hanno provocato. Non a caso qualche giorno fa Bashir ha regalato un’insolita intervista al Wall Street Journal sventolando il miraggio di imminenti elezioni municipali e facendo intravvedere maggiori libertà per mezzi d’informazione ed organizzazioni non governative. In verità l’unica incognita deriva dall’effettiva consistenza di una Fratellanza Musulmana, forse ancor più potente e segreta che in Egitto, e di un fondamentalismo già egemone in molte moschee del Paese. A mitigare gli ardori degli integralisti contribuisce però il ricordo delle migliaia di morti del febbraio 1982 quando Hafez Assad, padre di Bashir, non esito a bombardare e radere al suolo la città di Hama trasformatasi in roccaforte dei Fratelli Musulmani. Ma del bastone probabilmente manco ci sarà bisogno. Ne basterà l’ombra unita all’introduzione di nuove indennità sul riscaldamento per circa 25 euro al mese a famiglia e la creazione di un fondo per garantire la casa ai più poveri.
Più preoccupanti, per le successive ripercussioni, sono invece le proteste yemenite. Abdullah Saleh, il padre padrone al potere da 32 anni, promette, bontà sua, di voler lasciare nel 2013 e di non aver alcuna intenzione di candidare il figlio Ahmed. La proposta apparentemente è saggia. Lasciar campo libero ai manifestanti in un paese dove circolano tre kalashnikov per abitante maschio non è proprio un’idea salubre. Abbandonare il Paese al proprio destino rischia però di essere assai pericoloso. Squassato al nord dalla rivolta delle tribù sciite e minacciato nelle restanti provincie dal terrore fondamentalista lo Yemen rischia di diventare un protettorato iraniano nel nord e un califfato di Al Qaida appena fuori Saana. A render terribilmente concreta la seconda prospettiva contribuisce la presenza di Anwar al Alaki, il predicatore di origine yemenite con passaporto americano ispiratore della strage di Fort Hood per mano di un ufficiale americano d’origine palestinese.
Chi non sembra preoccuparsi troppo è invece Gheddafi. Nonostante un regno lungo 41 anni, il colonnello tiene ancora in pugno la Libia. L’unica mossa prudenziale sembra la messa in disparte del figlio “riformatore” Saif Islam impegnato in una battaglia personale con il fratello Mutassim responsabile di uno dei servizi di sicurezza. Nel tormentato Maghreb il paese più a rischio dopo la caduta di Tunisi resta invece l’Algeria. Lì il 60 per cento della popolazione è disoccupata e chi ancora porta a casa un salario non copre più di un quarto dei fabbisogni mensili. Le manifestazioni scatenatesi ai primi di gennaio hanno già fatto 5 morti. Quelle previste ad Algeri per il 12 febbraio rischiano di rivelarsi ancora più violente. Ma a far da calmante contribuirà il timore di un ritorno a quella guerra civile costata, negli anni Novanta, oltre 200mila vite.