"Scacco al re" e la fiction va ko

Solo fra qualche anno, a mente fredda e con un senso maggiore della prospettiva, si riuscirà a capire meglio gli straordinari e rapidi cambiamenti nel modo di raccontare la storia in tv. Pochi altri settori culturali hanno subito una trasformazione rivoluzionaria come quello attinente alla conoscenza storica, che dai libri è passata dapprima al documentario classico, con spezzoni d'archivio in bianco e nero e la voce del commentatore fuori campo, poi si è concessa alla narrazione filmata della fiction, occupandosi sempre più spesso di grandi avvenimenti accaduti nel più recente passato, e infine ha sperimentato con sempre maggior frequenza il genere della docufiction, cercando di saldare il rigore della documentazione con la vivacità dell'esposizione. Se si dovesse trarre un'opinione tranciante dal curioso esperimento che la tivù ci ha proposto in questi ultimi giorni, dapprima mandando in onda su Raiuno la fiction L'ultimo dei corleonesi e il giorno dopo su Raitre la docufiction Scacco al re, entrambe concentrate sul personaggio di Bernardo Provenzano, non ci sarebbe match: molto meglio la docufiction, assai più efficace sia nel soddisfare l'esigenza di un approfondimento non sbrigativo che nel regalare sprazzi di talento narrativo e carica emozionale, alternando con sapiente registro le parti di cronaca reale con quelle sceneggiate per l'occasione. L'accostamento nel giro di 24 ore dei due programmi è stato per certi versi impietoso, perché la fiction firmata da Alberto Negrin e sceneggiata da Laura Toscano e Franco Marotta è stata costretta a correre per condensare in un centinaio di minuti 50 anni di vita mafiosa, e non si capisce davvero perché in questi ultimi tempi la fiction italiana, pur impegnata su argomenti delicati (è accaduto lo stesso con la tragica vicenda umana di Marco Pantani) abbia abbandonato la durata minima delle due puntate per condensare tutto in una, con esiti giocoforza deludenti, lasciando la sensazione di aver voluto romanzare in fretta e furia con tinte caricaturali situazioni e personaggi meritevoli di ben altra attenzione drammaturgica. A distanza di 24 ore, invece, Scacco al re di Claudio Canepari ha ridato un po' di spessore alla vicenda trattata, e per i cultori della docufiction come «terza via» per raccontare la storia sarà ora più facile sostenere che è proprio questo genere televisivo a rappresentare il miglior compromesso didattico: toglie qualcosa alla completezza fornita da un documentario ma ne elimina le componenti soporifere, non può colpire l'immaginario come fa uno sceneggiato ma ne riscatta quasi sempre la debolezza dei contenuti e il pressappochismo narrativo. La partita fra i diversi modi di raccontare la storia rimane comunque sempre aperta.