Scaduto l’ultimatum dei rapitori Ore di ansia per la vita di Torsello

Il silenzio della famiglia. Appello della Croce rossa e della Federazione della stampa

Fausto Biloslavo

L’ultimatum che pendeva sulla testa di Gabriele Torsello, sequestrato in Afghanistan il 12 ottobre, è scaduto, ma non c’è alcuna notizia certa sulla sorte del fotografo pugliese. L’ultimatum dei rapitori scadeva l’ultimo giorno del Ramadan, il digiuno islamico, contrassegnato dalla festa dell’Eid ul Fitr, quindi alla mezzanotte di ieri, le 21 e 30 in Italia. La mancanza di notizie tiene tutti con il fiato sospeso, ma l’impressione è che l’ultimatum sia un bluff teso solo a esercitare maggiore pressione nelle trattative.
Nel caso di Clementina Cantoni, la volontaria italiana rapita a Kabul lo scorso anno e liberata dopo un mese, i banditi che l’avevano presa in ostaggio lanciavano di proposito un ultimatum dopo l’altro. «Questi criminali stabiliscono scadenze per se stessi», ha dichiarato ieri il portavoce del ministero dell'Interno afghano, Zemarai Bashary. «Sono criminali: non scenderemo mai a compromessi con loro. Stiamo cercando Torsello - ha sostenuto il portavoce - e siamo ottimisti».
Difficile credere in un blitz coronato da successo delle forze di polizia afghane, soprattutto nella provincia di Helmand e dintorni, infestate dai talebani e dai signori della droga, dove Gabriele è stato rapito e dove da qualche parte è tenuto prigioniero. L’ambasciatore italiano a Kabul, Ettore Sequi, ha ridotto al minimo le dichiarazioni alla stampa. Ieri si è limitato a dire: «Non sono informato di alcun sviluppo particolare. I nostri canali ufficiali, e non solo quelli, sono aperti». L’intelligence, che sta lavorando al caso, ha preso in considerazione tutte le piste, ma con l’avvicinarsi dell’ultimatum sono stati troncati i contatti della stampa con i rapitori utilizzando anche metodi drastici, compreso il blocco delle comunicazioni.
L’ultima telefonata ai rapitori di Torsello risale a venerdì sera ed è stata fatta dal collaboratore a Kabul de il Giornale. I sequestratori avevano ribadito l’ultimatum e le richiesta di scambio con Abdul Rahman, l’afghano convertito al cristianesimo che ha ottenuto asilo in Italia essendo stato condannato a morte per apostasia in Afghanistan. In alternativa i tagliagole volevano il ritiro delle truppe italiane dall’Afghanistan. Ma al di là delle sparate propagandistiche la sensazione è che la banda voglia semplicemente alzare il prezzo del riscatto.
Ieri la Croce rossa italiana ha chiesto ufficialmente alla Mezzaluna rossa di Kabul «di compiere ogni possibile sforzo per contribuire a ottenere il rilascio del fotoreporter italiano, ostaggio dal 12 ottobre in Afghanistan».
Da Kabul ha voluto lanciare un toccante appello ai rapitori anche Janat Gul, il padre di Shabana, una bimba afghana devastata da un tumore al volto, alla quale Torsello aveva pagato un’operazione e voleva farle continuare le cure in Inghilterra. Il padre di Shabana ha detto all’agenzia stampa afghana «Pajhwok», che «Gabriele è un musulmano compassionevole, il quale aiuta i poveri come me. I rapitori devono liberarlo». Anche Maulawi Fazalullah, il predicatore di una moschea di Kabul, dove il fotografo andava a pregare, ha condannato il sequestro.
In Italia la famiglia Torsello ha scelto il silenzio stampa. Ad Alessano, dove è nato il fotografo rapito, si susseguono iniziative di solidarietà. In piazza Tonino Bello è stato istituito un presidio pacifista per il rilascio del freelance e le suore salentine, che in questi giorni ricordano il loro fondatore San Filippo Smaldone, pregano per Gabriele. La Federazione italiana della stampa ha fatto sentire la sua voce: «L'approssimarsi della scadenza dell'ultimatum ­ scriveva ieri la Fnsi - aumenta l'angoscia per la sorte del collega freelance, che con le sue testimonianze visive ha contribuito a far conoscere la dura realtà di un Paese la cui popolazione continua a vivere in una spirale di guerra e terrore. Torsello è amico del popolo afghano e non vi è ragione per portare all’estrema conclusione un sequestro inutile».