LO SCAFFALE IN ALTO. Akutagawa, il giapponese classicamente occidentale

Sullo scaffale in alto delle librerie di casa stanno i libri non freschi di stampa e non recensiti da tutti i giornali. Ma da leggere. Come «La ruota dentata e altri racconti», di Ryunosuke Akutagawa (SE, 1990, traduzione di Lydia Origlia)

Sullo scaffale in alto delle librerie di casa stanno i libri non freschi di stampa e non recensiti da tutti i giornali. Ma da leggere. Come «La ruota dentata e altri racconti», di Ryunosuke Akutagawa (SE, 1990, traduzione di Lydia Origlia)

«Sono certo che quando incontrerò qualcosa di più sgradevole della morte, non esiterò a morire». Così fece, Ryunosuke Akutagawa, il 24 luglio del 1927. Aveva 35 anni. Ma che cosa avrà mai incontrato? Quella frase, macabra promessa fatta a se stesso e contenuta nel dialogo con il proprio io che è Domande e risposte nel buio, resta idealmente scolpita sulla lapide dello scrittore. Per lui il suicidio (che compì nel modo ritenuto più discreto e meno fastidioso per gli altri, avvelenandosi con forti dosi di Veronal, un barbiturico) non fu un'attrazione fatale (vedi Kawabata) o un gesto tradizionalmente rivoluzionario (vedi Mishima): fu la logica soluzione al problema di vivere. È un tale problema, vivere, che sul suo simmetrico e contrario si può scherzare, anche quando si parla sul serio. «Ho tentato - scrive ancora in Domande e risposte nel buio - diverse volte il suicidio. Un giorno ho ingoiato dieci mosche per morire in un modo del tutto naturale. Non è difficile trangugiare mosche sminuzzate. Ma masticarle è disgustoso». Nello stesso anno, l'ultimo, il 1927, l'autore riflette in Memorandum per un vecchio amico: «Non credo, diversamente dagli occidentali, che il suicidio sia una colpa. In effetti, nel sutra Agon, Buddha afferma la liceità del suicidio». Ma attenzione. Ancora nel Memorandum, una pagina dopo, troviamo le sue ultime parole postume. «Ma non sono certo di riuscire un giorno ad avere il coraggio di suicidarmi. So soltanto che la natura non mi è mai apparsa così bella. Riderai di questa contraddizione tra amore per la bellezza della natura e desiderio di morte. Ma la natura mi appare così splendida proprio perché sono gli estremi sguardi che le rivolgo. Credo di averla contemplata, amata e compresa più di chiunque altro. È forse l'unica mia gioia tra tante sofferenze che ho accumulato». Dal mondo, dunque, Akutagawa non prese congedo serbandone un cattivo ricordo, al contrario. Lo capiamo leggendo l'autobiografia per frammenti Vita di uno stolto, dove alcuni squarci di composta e stupita sensualità scandiscono il tormentato percorso. Per esempio: «Sul finire di un piovoso giorno autunnale passò sotto un viadotto di periferia. Oltre un argine, in fondo a un terrapieno, era fermo un carro. Passandovi accanto ebbe l'impressione che qualcuno avesse già percorso quella strada. Chi? Non aveva necessità di domandarselo. Nel suo animo di ventitreenne un olandese con un orecchio mozzo e una lunga pipa in bocca fissava con sguardo penetrante quel malinconico panorama...». Oppure: «Leggeva un libro del Maestro \ all'ombra di una grande quercia. Immersa nella luce autunnale, immobile in ogni sua foglia. Lontano, nel cielo, una bilancia con piatti di vetro in equilibrio perfetto. Era quella la scena che egli percepiva leggendo il libro del Maestro». Akutagawa scrisse anche haiku (componimenti poetici di tre versi rispettivamente di 5, 7 e 5 sillabe) sotto lo pseudonimo di Gaki. E prose come le seguenti, intitolate «Il cuscino» e «La farfalla», se non tecnicamente, nel tono e nel contenuto equivalgono proprio a degli haiku. «Leggeva Anatole France appoggiando la testa a un cuscino di scetticismo che odorava di foglie di rosa. Senza accorgersi che in quel cuscino si celava un centauro». «Una farfalla splendeva nella brezza profumata d'alghe. Per un istante percepì il battere di quelle ali sulle sue secche labbra. La polvere che quel lieve tocco aveva sparso continuò a scintillare per alcuni anni». Van Gogh, France... Ma anche, e soprattutto, Strindberg, Dostoevskij, Rousseau, Goethe, Villon, Gogol'. La cultura occidentale permea l'opera di Akutagawa e, come una zolletta di zucchero che assorbe qualche goccia di sake, assume un sapore acre, che lega la bocca, ma, anche, risveglia tutte le papille del gusto letterario. «A trent'anni si era infatuato di un terreno abbandonato. Soltanto muschio, mattoni e frammenti di tegole sparsi ovunque. Tuttavia ai suoi occhi assumeva l'aspetto di un paesaggio di Cézanne. All'improvviso ricordò la sua passione di sette o otto anni prima. E scoprì sino a qual punto allora avesse ignorato i colori». E la drammatica conclusione, nella quale vita e scrittura coincidono, come se il respiro fosse appeso alla punta della penna, non può che recare il titolo «Sconfitta»: «Anche la mano che reggeva la penna gli tremava. E incominciava a colargli saliva dalla bocca. Da quando aveva ingerito Veronal 0,8 la sua mente era sprofondata nel torpore: aveva riacquistato lucidità soltanto al risveglio. Per non più di un'ora. Viveva ormai come una cicala nell'oscurità. Appoggiandosi come a un bastone a una sottile spada dalla lama spezzata».