Lo scaffale in alto nelle librerie

Sullo scaffale in alto delle librerie di casa stanno i libri non freschi di stampa e non recensiti da tutti i giornali. Ma da leggere. <em>Come Il ritratto vivente </em>di W.J. Otten (Iperborea, 2007, pagg. 162, euro 13, trad. Elisabetta Svaluto Moreolo)

Sullo scaffale in alto delle librerie di casa stanno i libri non freschi di stampa e non recensiti da tutti i giornali. Ma da leggere. Come Il ritratto vivente di Willem. J. Otten (Iperborea, 2007, pagg. 169, euro 13, traduzione di Elisabetta Svaluto Moreolo) 

E’ talmente vivente, questo Ritratto, da essere l’io narrante del romanzo. In realtà, a parlare è ciò che viene prima del ritratto, di ogni ritratto possibile: la tela. “Lei” destinata a diventare “lui”, creatura tran-sessuale, tras-versale, tra-sferibile, tra-passata nel momento stesso della sua nascita, la tela nuda viene vestita da Otten, saggista, drammaturgo e romanziere nato ad Amsterdam nel 1951, con una trama in cui si mescolano toni noir e gialli.

“Creatore”, come lei chiama Felix Vincent, il pittore nelle mani del quale finisce, riceve dall’ambiguo e chiacchierato miliardario Valéry Specht l’incarico di realizzare, in tutta segretezza, il ritratto di un figlio da lui adottato in Africa, di nome Singer. Chi è quel ragazzo? Perché Specht pretende il più assoluto riserbo? Ha qualche cosa da nascondere? E, soprattutto, quel ragazzo è vivo o morto, come dice il suo presunto padre? Felix, comunque, si mette all’opera, nella bella casa con giardino, Nimmerdor, che vorrebbe finalmente acquistare, per farne il nido sicuro in cui vivere con la sua Lidewij. Perché il compenso promesso dal cliente è molto alto, perché, in fondo, non ha ben deciso che cosa fare di quella grande tela. E perché l’aura di mistero alimenta in lui l’ispirazione.

Così “lei”, giorno dopo giorno, diviene “lui”, una creatura che finalmente vive, e che diviene, con il lettore, l’unico spettatore di un dramma. “Gli uomini pensano di creare, ma fanno cose che non si possono possedere, che sfuggono loro, non sanno quello che creano. Mettono al mondo mostri, fanno di noi tanti Singer, fanno un essere umano e poi si spaventano a morte. Singer, perché proprio tu, perché sei nato?”, ragiona la tela. Creare non è forse lo stesso che uccidere? Dare la vita non è forse dare una morte differita? “Avrei potuto essere anch’io un Monet stampato su carta lucida in un ospedale di provincia e assistere ogni giorno della mia vita alla nascita di nuovi esseri umani”, pensa “lei-lui”. Anche le tele, come gli uomini, hanno un destino. Nel quale la morte può assumere le sembianze della vita. E viceversa.