Scagionato dagli assassini per i giudici resta un killer

Incredibile vicenda di un giovane muratore campano: sconta
l’ergastolo per un omicidio mai commesso. Un calvario che dura dal 2002. A incastrarlo una foto segnaletica. Ma il riconoscimento era sbagliato

Caserta - Condannato con sentenza definitiva per un omicidio di camorra che non ha commesso. Scagionato da cinque pentiti fra i più attendibili del ricco panorama criminale Casalese. Pronto per essere liberato attraverso una revisione del processo che, però, non arriva mai. Parabola kafkiana quella di Alberto Ogaristi, giovane muratore incensurato, accusato di aver fatto parte del commando che il 18 febbraio del 2002, a Casal di Principe, crivellò di colpi, uccidendolo, Antonio Amato, parente di un boss della zona, e ferendo suo cognato, l’albanese Telat Qoqu. Un calvario indecente a cui anche la procura generale di Napoli, pressata dalle evidenze processuali e dalle manifestazioni in favore dell’operaio, ha tentato di porre fine con la richiesta di revisione del processo. Richiesta respinta per due volte dal tribunale. Ad oggi l’innocente vive recluso.

La sua storia comincia sette anni fa con la testimonianza dell’albanese scampato all’agguato, che sulla base di alcune foto segnaletiche dei carabinieri indica il killer proprio nel giovane Ogaristi. L’arresto è immediato. Due anni di galera in attesa del processo con la speranza che il suo alibi possa essere determinante. Al momento dell’omicidio, infatti, Alberto era in tutt’altro luogo, in compagnia della fidanzata. Questa è sempre stata la sua versione. I giudici gli credono e lo assolvono. Alberto si fa due anni di prigione e assapora finalmente la libertà. Ma siamo solo all’inizio delle sue sventure. In appello la condanna è uno schiaffo in faccia: ergastolo. Non valgono più le sue parole, non servono a niente le dichiarazioni della fidanzata. Conta il riconoscimento fatto dall’albanese Telat Qoqu, che nel frattempo lascia pure l’Italia e diviene irrintracciabile. Questa volta però Alberto la smette di fare il bravo cittadino. Di finire in galera non ha alcuna intenzione. Si rende irreperibile, e in attesa che la Cassazione cambi il giudizio d’appello lavora in nero per mantenere la famiglia. Niente da fare. Il 17 giugno del 2007 anche la Suprema Corte ritiene Alberto uno spietato assassino: carcere a vita confermato, fine pena mai.

Con il sigillo del terzo grado di giudizio le speranze svaniscono. Alberto, sposato e padre di una bimba che non ha mai abbracciato, non essendo un delinquente abituale, commette numerosi errori in latitanza. I carabinieri lo beccano poche settimane dopo, quando la voglia del giovane di abbracciare la famiglia si fa irrinunciabile. Sull’uscio, però, anziché la moglie, ad attenderlo trova i carabinieri e le manette. Finisce nel carcere romano di Rebibbia, e da allora vive lì. Quando il destino sembra segnato, s’apre uno spiraglio. Massimo Iovine, boss di Villa Literno, una volta acciuffato e portato davanti al magistrato, ha forse l’unico sussulto di dignità della sua esistenza. Come prima cosa fa mettere a verbale questo: «Ho un peso sulla coscienza in relazione a una persona che è stata condannata all’ergastolo per colpa mia e che invece è innocente (...). Ribadisco, in carcere c’è un giovane che sta pagando per un omicidio commesso da me (...), quell’Ogaristi, o come si chiama, non c’entra niente». La vittima, racconta Iovine, è stata presa di mira dai «bidognettiani» per vendetta contro l’amico loro Cesare Tavoletta, divenuto collaboratore di giustizia. Il morto ammazzato faceva parte del suo gruppo. L’esecuzione fu opera di Luigi Guida, boss napoletano nominato reggente dal capocosca Francesco Bidognetti. In sua compagnia c’era Giovanni Letizia, uno dei killer della strage di Castelvolturno, e due della manovalanza: Luigi Grassia e Gaetano Ziello.

Allo spiraglio di Iovine, s’aprono via via altri fari di luce. Uno, due, tre, quattro pentiti confermano la dichiarazione del primo dichiarante. Emilio Di Caterino, sicario tra i più efficienti del boss Setola, scagiona pienamente Alberto. E così Oreste Spagnolo, altro macellaio della paranza setoliana: «Letizia mi disse che era stato accusato da un albanese un ragazzo che non c’entrava niente, tale Ogaristi Alberto, che aveva una forte somiglianza con Grassia Luigi, detto ’O ragno, che aveva effettivamente partecipato all’omicidio come esecutore». Già, Letizia. Pluriomicida, mitragliere della mattanza di Castelvolturno, era coimputato di Ogaristi nel medesimo processo ma a differenza del muratore, è stato assolto. Oltre il danno, la beffa.

Ma a tutto c’è un limite. Così le indagini vengono riaperte e nel gennaio scorso i sicari, quelli veri, finiscono in galera. Per Ogaristi però le porte del carcere restano incredibilmente chiuse. La richiesta di revisione del processo, avanzata dalla procura subito dopo le dichiarazioni dei pentiti, è respinta. Motivo: le deposizioni dei collaboratori non sono sufficienti e inoltre occorre aspettare che i tre killer siano condannati con sentenza definitiva. Decisione contestata dall’avvocato di Alberto, Romolo Vignola, che ricorre in Cassazione ottenendo l’annullamento del pronunciamento del tribunale. Il caso viene così riesaminato ad aprile, ma per la seconda volta i giudici si oppongono alla revisione.

Amici, parenti, giornalisti, politici, preti, persino qualche carabiniere in incognito, provano a battere strade alternative. Il legale di Alberto chiede la sospensione della pena, contestualmente attacca le toghe sorde all’urlo di libertà che riecheggia a Rebibbia: «La corte sostiene che la dichiarazione del pentito costituisce solo una prova indiretta. Ma quale dovrebbe essere, in questo caso, la prova diretta? Pretendono che la vittima dell’omicidio resusciti e scagioni Ogaristi?». Monta la rabbia, prende forma un movimento spontaneo. Il 6 ottobre tutta Casal di Principe scende in piazza per lui. Alberto Ogaristi, pregiudicato secondo la legge, innocente secondo i fatti, è ancora in galera.
(Ha collaborato Luca Rocca)