Scajola: una Camera all’opposizione? Hanno il Quirinale

L’ex ministro: "Napolitano è una persona autorevole, ma è espressione del centrosinistra. Ingiusto concedere al Pd un’altra carica. Le larghe intese? Non ne avremo bisogno"

Roma - Presidente Claudio Scajola, cosa ne pensa di questa campagna elettorale un po’ «sui generis», con un Veltroni che promette grandi rivoluzioni e un Berlusconi prudente e preoccupato dalla crisi economica?
«Sui generis è la campagna elettorale di Veltroni, perché il fatto che il Pd si presenti come nuovo è davvero surreale. Prodi è presidente del Pd, la grande maggioranza di ministri, viceministri e sottosegretari appartiene al Pd e quasi tutti sono candidati in posti blindati. Sostengono di essere il partito del cambiamento ma Veltroni è in politica dagli anni ’70 e D’Alema da bambino leggeva le poesie davanti a Togliatti».

Però colpisce vedere il Cavaliere che preferisce sottolineare le difficoltà della situazione economica piuttosto che puntare sul suo proverbiale ottimismo...
«Berlusconi è un ottimista, ma prima di tutto è responsabile. E mai ha fatto promesse che non fosse in grado di mantenere. È prudente perché la sinistra ci consegna un Paese in condizioni gravissime. L’Italia non cresce, le famiglie non hanno soldi in tasca, la criminalità spaventa. Problemi banali che tutto il mondo risolve, penso ai rifiuti, da noi sembrano irrisolvibili. In queste condizioni, già rimettersi al lavoro per far ripartire l’Italia è un atto di coraggio».

L’intesa sulle nomine con il governo Prodi può essere letta come il primo atto verso una legislatura di collaborazione?
«Può essere intesa come un normale rapporto fra un governo uscente e l’opposizione destinata a diventare maggioranza. Se poi questo prelude da parte della sinistra ad un atteggiamento di opposizione costruttiva, non saremo certo noi a rifiutare apporti mirati al bene del Paese».

Insomma, non è il primo passo verso le larghe intese?
«Assolutamente no. Perché non ce ne sarà bisogno e perché non sarebbe il bene del Paese».

L’ipotesi di concedere la presidenza di una Camera al centrosinistra in caso di vittoria la convince?
«Il capo dello Stato, persona autorevole, è già espressione di una maggioranza di centrosinistra. Dando al Pd la presidenza del Senato o della Camera sarebbero quindi due su tre. E non so se questo sia giusto».

Lei ha partecipato al tavolo delle candidature di Forza Italia. Si dice che Berlusconi si sia affidato alla sua esperienza quando è venuto a sapere che c’erano esponenti azzurri che trattavano il loro posto in lista con An.
«La domanda sottointende uno spirito che non è quello nel quale abbiamo lavorato. Certo, il Pdl non è ancora un partito nel senso compiuto del termine e quindi ciascuna delle forze che gli hanno dato vita, An e Forza Italia, hanno espresso le proprie candidature. Ma tutto è avvenuto in amicizia».

Non mi dica che non ci sono stati problemi...
«Se qualche tensione c’è stata, questo è avvenuto all’interno dei singoli partiti. È inevitabile quando si scelgono dei candidati e, quindi, si delude qualcuno. Ma è già tutto superato».

Il Pdl deve ancora strutturarsi davvero. Se andrete al governo, però, rischiate di trascurare un processo ancora in corso...
«Il passo più difficile, cioè avere il coraggio di dire “facciamo un nuovo partito”, è stato fatto. Poi c’è stato l’allenamento delle liste e fra un mese i gruppi parlamentari congiunti. La verità è che il nostro popolo si è già mischiato e in questo la campagna elettorale aiuta molto. Presto ci saranno la costituente e lo statuto. E credo che in autunno avremo i primi organi del nuovo partito».

In Forza Italia c’è chi teme di essere «cannibalizzato» da An.
«Che loro siano più strutturati di noi sul territorio è una leggenda metropolitana. Nel ’96 ricordo che Berlusconi chiamò Matteoli per spiegarci come organizzare una manifestazione contro la Finanziaria, ma da allora ci siamo organizzati. Oggi abbiamo una classe dirigente di tutto rispetto».

Con il prezzo del petrolio sopra 110 dollari, che tipo di strategia energetica seguirete?
«Quella che il governo Berlusconi aveva già avviato: la massima differenziazione delle fonti di approvvigionamento. Se la bolletta energetica dell’Italia è così alta, è soprattutto perché dipendiamo dal petrolio più di ogni altro Paese europeo».

Da ministro delle Attività produttive lei fu il primo a parlare di ritorno al nucleare...
«È il futuro. Avere perso decenni è gravissimo, continuare ad aspettare sarebbe irresponsabile. Il petrolio non sarà mai più quell’energia certa ed economica alla quale siamo stati abituati. E poi è destinato all’esaurimento. Visto che le energie alternative possono produrre soltanto una quantità limitata di energia, non c’è alternativa».

Il nucleare, però, implica ingenti investimenti iniziali...
«Tempi lunghi e costi elevati non possono essere un alibi. Se non si parte, non si arriverà mai. Per fortuna, poi, non siamo all’anno zero visto che il governo Berlusconi ha fatto partire Ansaldo Nucleare, un’azienda del gruppo Finmeccanica che si occupa con successo di programmi nucleari all’estero».

A proposito di ministeri, i boatos dicono che lei vorrebbe tornare alle Attività produttive...
«I ministri non si scelgono con il “totocandidature”. Per quanto mi riguarda, sarà Berlusconi a valutare come e dove posso essere utile al progetto comune».