Scajola duro: «Così è fuori dalla linea del Pdl»

RomaOriginale partita, quella che si gioca sul terreno pesante del Pdl. Tattica pirandelliana o, per meglio dire, all’«olandese», visto che giocatori e allenatori, registi e gregari tendono a confondere i ruoli. Torneo da intitolare al fantasmagorico «Finimondo» (omaggio a un regista occulto?), se non si fosse messa di mezzo l’inclemenza del chi la fa l’aspetti. Stracquadanio entra a gamba tesa, e parafrasa un’indimenticata battuta finiana: «Con Fini siamo alle comiche finali».
Il «sale nella minestra» (metafora che il presidente della Camera ama molto, ultimamente) oggi sembra piuttosto fiele. La minestra è già di traverso, il malumore genera un universo fatto di giudici di linea e mediani di spinta, bomber ottimisti e fantasisti pessimisti. Generoso stopper è Bossi: pur riconoscendo che «Fini ha esagerato», scarica il destro sui giornalisti. «La colpa è vostra che avete lasciato i microfoni accesi». Non concorda Gasparri, prudente al punto che «certe cose neanche si pensano». Eppure la prodiga speranza bossiana è che tutto «si sciolga come neve al sole» e i due «chiariscano».
Urge gioco concreto, senza fronzoli. Claudio Scajola, titolare dello Sviluppo economico, vede come esito di cui prendere atto l’uscita di Fini dalla squadra. «Le sue dichiarazioni dimostrano una volontà e un’azione che è diversa dalla linea del Pdl». Fini beccato in off-side, dunque. «Credo che ognuno debba mantenere la propria coerenza fino in fondo: si discute, si ragiona, si decide. Ma la linea deve valere per tutti. Da troppo tempo ci sono dei distinguo fuori dalla linea del programma del Pdl», è la sentenza di Scajola. Ma il coordinatore Verdini non ama espellere: «Il Pdl è la casa di tutti, se Fini non si trova bene è un suo problema. Noi non facciamo processi a nessuno né tanto meno espulsioni». Però resta il fatto che «ora non la pensa più come noi», ammette Verdini. Si attende che qualcuno fischi il fallo: troppo comodo considerare Fini «battitore libero» (la proposta è di Quagliariello).
Ragionando secondo schemi collaudati dall’esperienza di Cicchitto, la linea del Pdl è oltremodo chiara e «non è consentito a nessuno di rimetterne in discussione i capisaldi essenziali: gli elettori si ribellerebbero». Eppure lo stesso Cicchitto non rinuncia ancora a sperare che Fini «si impegni a mettere da parte errori e incomprensioni». La speranza è l’ultima a morire. Categoria nella quale si distingue il guardasigilli Alfano, lapalissiano nel rilevare che «se equivoci ci sono, si superano», perché il Pdl ha tutte le «ragioni per stare unito senza dividersi». Medesimo appello arriva da Sacconi che invoca un «Pdl tutto unito, non possono esserci dissensi e dissociazioni». Unità va cercando anche il ministro Frattini, cui non difetta il lieto fine: da tutta la bagarre «nascerà un chiarimento e consolidamento del Pdl». Fini non ha mai messo in dubbio la leadership di Silvio, osserva. Però ora «dia un segnale». Se è ancora con noi, batta un colpo.
Basta che non sia la solita schioppettata, volendo seguire quella linea un po’ pessimistica che si fa strada in Rotondi: in questo modo, avverte, «si finisce dritti alle elezioni anticipate». E qui poco si scherza, come fa capire Formigoni. Fuoripartita l’invito a «non drammatizzare» della Gelmini e quello di Alemanno a lavorare tutti assieme per «tutelare il nostro leader Berlusconi» e far ritrovare l’intesa tra i due. «Una solida coppia politica», secondo Bocchino, che sembra andare un po’ alla cieca.