Scajola: il rilancio di Forza Italia partirà dalle elezioni di base

«È importante che siano i militanti a scegliere i dirigenti attraverso i congressi»

Gian Maria De Francesco

da Roma

Il seminario organizzato a Firenze dalla Fondazione Magna Carta e dal Coordinamento di Forza Italia della Toscana ha restituito l’immagine di una formazione politica coesa in tutte le sue componenti nella ricerca di un collegamento migliore tra leadership, vertici e base. La stessa intervista rilasciata ieri dal vicepresidente di Fi, Giulio Tremonti, al Giornale ha evidenziato l’importanza della «trasformazione progressiva da movimento a partito». Un momento propedeutico alla futura federazione del centrodestra che esclude qualsiasi ipotesi di Grande Centro. Una strategia di rilancio che ha provocato qualche fibrillazione in un centrosinistra sfibrato dal suk della Finanziaria.
«Se la struttura del partito tende a frapporsi tra il leader e la base, invece che a essere un trait d’union fra i militanti e il presidente, non soltanto diventa controproducente, ma contraddittoria con la stessa ragion d’essere di Forza Italia», ha sottolineato Claudio Scajola, presidente del Copaco (Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti). Insomma, appurato che «Silvio Berlusconi è leader perché ha consenso, non si può pensare che altri, privi di consenso, esercitino una leadership parziale o locale facendosi scudo del consenso di Berlusconi».
Il presidente del Copaco ha rilevato come le carenze strutturali finora manifestate si concentrino nel rapporto tra nomenklatura e base. Di qui la necessità di «una classe dirigente che la gente senta come propria» e «che sia scelta dai militanti attraverso i congressi e dagli elettori attraverso i loro rappresentanti nelle istituzioni». Una questione non di poco conto perché il consolidamento di Forza Italia è un passaggio obbligato per renderla «perno del futuro soggetto politico» che si sta ricandidando al governo del Paese. Secondo Scajola, infine, non si può prescindere dal radicamento territoriale avvicinandosi la federazione con An, partito più piccolo ma più organizzato.
Un aspetto sottolineato anche dal coordinatore regionale del Lazio di Forza Italia, Francesco Giro. «Ora dovremo insistere - ha dichiarato - nel selezionare la classe dirigente, nel moltiplicare i momenti di confronto con i congressi, nel favorire la partecipazione alla vita del partito». Giro ha spiegato che la manifestazione del 2 dicembre è stata un «elettrochoc» perché ha eliminato «un certo complesso di inferiorità rispetto alla sinistra che a forza di parlare della sua presunta superiorità morale aveva finito per condizionarci».
Il fermento di Forza Italia non poteva non condizionare il centrosinistra. Ieri è stato il ministro delle Riforme, il diessino Vannino Chiti, a lanciarsi all’attacco degli azzurri dopo le dichiarazioni dell’ex ministro dell’Economia. «L’uscita di Tremonti - ha commentato - mette in evidenza la debolezza della proposta politica di Casini» (che aveva ipotizzato un governo di «volenterosi»). Per Chiti l’Udc «non può contentarsi di un mezzo strappo con la Cdl» e per non restare «in mezzo al guado» dovrebbe proporsi di costruire con Follini una forza di centro «che si allei stabilmente con il centrosinistra». Ma a Via dei due Macelli l’intervento è stato considerato un’intromissione indebita. «Chiti e la sinistra - ha ribattuto Maurizio Ronconi - non troveranno sotto l’albero i voti dell’Udc che invece potrebbero andare a un governo che archivi in fretta il ricordo di Prodi».