Scajola: «Serve un congresso per Forza Italia»

Mario Sechi

da Roma

Onorevole Claudio Scajola, quale scelta per Forza Italia: partito leggero o partito pesante?
«Partito che esista, organizzato, radicato nel territorio, che promuova la democrazia interna, la partecipazione e la elaborazione politica. Un partito che favorisca il riconoscersi e l'identificarsi degli elettori. Con il minimo di incrostazioni e di bordature burocratiche».
Che tipo di oppposizione bisogna fare?
«Poiché il nostro progetto di sviluppo dell'Italia è alternativo a quello dell'Unione, la nostra opposizione deve essere chiara, forte, rigorosa, senza inciuci né ammiccamenti, senza isterismi né gratuiti ostruzionismi. Dura, che non significa irresponsabile. Un'opposizione che mette in primo piano gli interessi del Paese, come nel caso delle missioni militari all'estero. Ma senza dimenticare che il primo interesse del Paese è la caduta del governo Prodi. In definitiva, soprattutto un'opposizione coerente».
Ha ancora senso parlare di Casa delle libertà?
«Sì, se si costituisce un nuovo progetto politico solidale e condiviso per i prossimi anni. Cioè una strategia per tornare a governare».
I conservatori inglesi di Cameron si sono rilanciati con un governo ombra. Perché voi non seguite questa strada?
«Il “governo ombra” fa parte di una tradizione della democrazia anglosassone, nella quale trova una sua funzione semi-istituzionale. Non a caso si parla di “opposizione di Sua Maestà”. L'Italia ha tradizioni diverse. Non credo sarebbe molto utile costruire un organigramma virtuale. Non abbiamo bisogno di cariche simboliche, ma di gente che lavori sulle cose, sui programmi e sui contenuti. Che sappia denunciare con efficacia gli errori, i ritardi, le contraddizioni dei nostri avversari. Sono certo che, nella riorganizzazione del partito, alla quale Berlusconi sta ponendo mano, terrà conto di quest’esigenza».
E l'idea di un manifesto?
«Sarebbe interessante, non tanto per ridefinire programmi e progetti, che abbiamo chiarissimi, ma per chiamare a raccolta pezzi della “società civile”, con i quali è fondamentale mantenere uno stretto rapporto. Credo che i delusi da questa sinistra siano molti, fra coloro che hanno dato fiducia a Prodi il 9 aprile. Anch'essi sono i nostri interlocutori naturali».
È ora che Forza Italia faccia un congresso?
«Direi di sì. E condivido il percorso indicato da Sandro Bondi per arrivarci. Aggiungerei che il congresso dovrà essere il punto di arrivo di un percorso di riorganizzazione e rilancio della democrazia interna che parta dalla base, dal territorio, dai livelli locali. E poi, naturalmente, è necessario un congresso che serva a parlare di politica, di idee e di programmi, e a discutere liberamente. Non certo un congresso sugli organigrammi, del quale non abbiamo alcun bisogno».
Esiste un dopo-Berlusconi?
«Il rilancio del centrodestra passa ancora dalla volontà di Berlusconi di costruire e di guidare l'alternativa al governo dell'Unione».
Che cosa avete sbagliato?
«Abbiamo trascurato il rapporto con il territorio. Forza Italia in questi anni ha dovuto impegnarsi su altre priorità. Concentrati nella responsabilità di maggiore partito di governo, abbiamo lasciato che si arenasse il processo di radicamento sul territorio, di democrazia interna e di formazione della classe dirigente locale, che si era avviato in modo molto promettente. Questo ha fatto sentire i nostri militanti e i nostri elettori meno coinvolti. Al contrario, la gente, e non la burocrazia di partito, deve tornare ad essere protagonista, in un quadro di vera e totale democrazia interna, che esalti e rafforzi lo stretto rapporto, fatto di condivisione, di entusiasmo, spesso addirittura di affetto, che lega la nostra base, i nostri militanti, a Silvio Berlusconi. Piaccia o non piaccia, Forza Italia è questo: un leader carismatico, e un popolo entusiasta e generoso. Che anche quando ci rimprovera, come fanno alcuni in questi giorni sul Giornale, lo fa per affetto e passione politica. Questo popolo azzurro merita di essere sempre più protagonista».
In che cosa avete visto giusto?
«Mi sembra evidente: nel denunciare, da molto tempo, le contraddizioni e le ambiguità della maggioranza che sostiene Prodi. Nell'anticipare che sarebbero stati ostaggio dell’estrema sinistra. Dei comunisti, dei giustizialisti, degli anticlericali. E lo si coglie dalle politiche punitive che stanno mettendo in atto, a partire dalla politica economica e fiscale. Avevamo visto giusto anche negli indirizzi di politica economica messa in atto dal governo Berlusconi e da Giulio Tremonti: i dati sulla ripresa, che riguardano il primo semestre di quest'anno, e di cui Prodi può giovarsi, sono la dimostrazione che in anni difficili per l'economia mondiale abbiamo lavorato molto bene».
Il vostro problema resta sempre quello del territorio. Bene nel voto d'opinione, male in quello ammninistrativo. Perché?
«Esiste un problema irrisolto: la scarsa compattezza della coalizione in periferia. Il popolo del centrodestra si sente compatto e omogeneo, mentre i quadri periferici dei nostri partiti sono spesso in concorrenza o in conflitto fra loro. In molte realtà, il conflitto non è solo fra partiti, ma addirittura all'interno dei singoli partiti. Parlo di Forza Italia, ma non solo di noi. E se c'è una cosa che i nostri elettori non ci perdonano - lo dimostrano anche le lettere ai giornali in questi giorni - sono proprio le divisioni».
Non avete ceduto troppo al compromesso negli anni di governo?
«Governare significa, talvolta, fare dei compromessi. Gestire un grande Paese è un processo molto complesso, che coinvolge pluralità di soggetti, della politica, dell'economia, della pubblica amministrazione, delle parti sociali, delle istituzioni internazionali. Quello che sarebbe giusto rimproverarci sarebbero le incoerenze, non i compromessi. Ma io sfido chiunque a dimostrare che, in qualche settore, la nostra azione di governo sia stata incoerente con i nostri valori e i nostri impegni. Se mai, in alcuni settori siamo riusciti a fare meno di quello che avremmo voluto, soprattutto in conseguenza del momento di gravissima crisi internazionale, politica ed economica insieme, nel quale abbiamo governato. Ma abbiamo comunque compiuto dei passi sulla strada giusta, in ogni settore. È triste che oggi Prodi e la sinistra lavorino per farci tornare indietro».
Girotondi forse no, ma anche il centrodestra dovrebbe usare la piazza?
«La piazza può essere utile in modo organizzato ed efficace come facemmo tra il 1996 e il 2001, ma non un gioco salottiero o un happening, bensì una forte protesta di popolo».