SCALA La bacchetta di Gatti esalta il «Lohengrin»

Questa sera il maestro ripercorre l’opera di Wagner. Regia di Lehnhoff

Ecco Lohengrin. Un Wagner già Wagner ma estremamente fruibile. Da subito e per sempre. Mix perfetto di sinfonismo tedesco e teatro. Coronamento dell’idea di opera romantica e proiezione verso la meta finale del dramma musicale compiuto e di Parsifal. Vero momento di transizione dell’iter della riforma wagneriana.
Con numeri chiusi ma non tutti e del tutto. Con temi ricorrenti che non sono ancora Leitmotive. Con identificazione nella mitologia, qui bretone, ma solo parziale. Con simmetrie che contrappongono il canto più tradizionale dei buoni (Elsa e Lohengrin) al cromatismo dei cattivi (Ortrud e Friedrich). La magia bianca di Lohengrin a quella nera di Ortrud. La terrestrità dei brabantini alla santità del cavaliere divino. Ibrida Elsa, nostra ma proiettata verso un’altra dimensione. Onirica, sovrannaturale, mistica, mitica, paranoica? Tuttavia si sa che ogni personaggio wagneriano sul lettino dell’analista ci sta proprio bene.
Così anche l’eroe perfetto potrebbe essere un simbolo di virilità sconfitta: finalmente soli, la moglie pare quasi aggrapparsi alle insinuazioni di Ortrud per rifiutarne l’amplesso. Per fare ridiventare lo sposo il sogno lucente dei suoi «primi anni». Quando la sensualità che si sveglia resta casta inibizione. Tante le possibilità di lettura dell’opera. Anche quella bizzarra ma d’autore (appunto Wagner) fatta sua dal regista Nikolaus Lehnhoff (già alla Scala con Maestri Cantori) che identifica la figura del cavaliere del Graal con quella dell’artista. Uno che non si deve «conoscere» (l’incombente «mai devi domandarmi...», e usiamo per comodità la bella traduzione ritmica di Salvatore De Marchesi rimasta in auge fino agli anni Sessanta) ma intuire e amare. Nel III atto la camera nuziale non ha un letto, ma un pianoforte dove Lohengrin è intento a comporre. La regia, che dà l’imprimatur a scene (Stephan Braunfels) e costumi (Bettina Walter), evoca Elsa in trance con la frase ambigua di oboe e corno inglese introduttiva del suo tema. E la tiene sempre così, in uno stato di semi-incoscienza. Intrisa la simbologia, a iniziare dalla fisicità del cigno. Niente Schelda. Niente quercia ombrosa alla Scala d’Oro. Al loro posto due strutture a gradoni che si aprono e chiudono. Un anfiteatro per il primo atto, una gradinata sghemba per il secondo, ancora l’anfiteatro (controllato da sei proiezioni teatrali delle mascherine scaligere) per il finale.
Il popolo è in borghese moderno. Elsa in lungo. Ortrud ha sapore belle époque. Il cavaliere del Graal porta giacca e cravatta. Ci tornano alla mente, con nostalgia, le colonne nere e le luci a taglio dell’allestimento primi Ottanta Abbado-Strehler-Frigerio/Squarciapino. Resta inviolata la partitura. E forse sarà proprio la musica, con quella sua affascinante mistione, e confusione, di sacralità ed eros, la vera mattatrice dello spettacolo di questa sera. Proteggendo l’amore struggente del terzo atto, l’imperioso «Mai devi domandarmi», il misterioso «Sola nei miei primi anni», il fatale «Da voi lontan in sconosciuta terra». Sul podio dell’opera tenuta a battesimo a Weimar da Franz Liszt nel 1850 (Wagner in esilio la vedrà solo nel 1861), la stessa che ci rivelerà Wagner dalla scena di Bologna (1871), troviamo infatti Daniele Gatti. Poco noto? Verissimo. Ma è direttore musicale a Bologna, stabile a Londra, di casa, anche per il repertorio operistico alla Staatsoper di Vienna (Otello, Boris, Mosè e Aronne, Macbeth), a Salisburgo, Monaco, New York... Milanesissimo, figlio del nostro Conservatorio e delle prove aperte di Claudio Abbado, direttore musicale della Scala.
Il cast vocale ruota attorno al mezzosoprano tedesco Waltraud Meier, Ortrud. Il Re è Hans-Peter König, Lohengrin Robert Dean Smith, Elsa Anne Schwanewilms, Friedrich Tom Fox, l’Araldo Detlef Roth. Coro del teatro diretto da Bruno Casoni.
Lohengrin di Wagner
oggi alla Scala ore 19
dirige Daniele Gatti