Alla Scala comanda la Cgil: assunti i parenti

I dirigenti della Cgil rafforzano il loro potere nel teatro milanese
favorendo i familiari. O facendo assumere sarte al posto di
violoncellisti. Il caso delle maschere, l’impiego (precario, ma solo
all’inizio) preferito dai "figli di"

Milano - Chiamiamolo familismo amorale, come usano i sociologi indignati con politici e figli di. Leo Longanesi ne fece la sua proposta celebrativa dell’Unità d’Italia: «La nostra bandiera nazionale dovrebbe recare una grande scritta: ho famiglia». Questa volta a fornire la scenografia della commedia all’italiana è la Scala, tempio milanese della lirica ma anche degli scioperi, e a dare prova di particolare attenzione a parenti e amici sono i sindacalisti della Cgil.
Alla Scala una serrata tira l’altra, l’ultima pochi giorni fa in occasione della prima di Cavalleria rusticana e Pagliacci, annullata per lo sciopero proclamato dalla Cgil a causa delle poteste di una cinquantina di macchinisti (su un totale di 808 dipendenti del teatro). Ma nel sindacato si dedicano anche a garantire i diritti dei familiari. Qualche esempio per dare un’idea.

I figli di due esponenti di spicco della segreteria di Onorio Rosati, il segretario confederale della Cgil Milano, lavorano da maschere, ovvero quegli addetti, solitamente giovani, che accompagnano il pubblico a sedere e regolano i flussi negli intervalli. La trafila delle maschere prevede contratti a prestazione, che spesso vengono ripetuti a intervalli (troppo) ravvicinati, con doppio lavoro nella stessa giornata, così da far scattare gli estremi del lavoro subordinato e l’assunzione. Negli ultimi tempi le cause alla Scala sono ripartite in modo consistente e gli eventuali nuovi assunti si preparano a essere grati alla Cgil che le promuove.

I sindacalisti genitori si chiamano Nerina Benuzzi, responsabile del coordinamento politiche contrattuali oltre che delle pari opportunità, e Antonio Lareno, che si occupa di Politiche territoriali e rapporti con istituzioni pubbliche locali. Un’altra mamma sindacalista la cui figlia ha trovato lavoro come maschera è Sabina Giuliano, che fa parte del direttivo nazionale della Slc, la sigla della Cgil dedita alla comunicazione e allo spettacolo.

Ci sono casi clamorosi, con intere famiglie i cui membri sono stati assunti uno dopo l’altro alla Scala. L’attrezzista Massimo Ferrari, sindacalista della Cgil, può contare su un fratello e due cognati che lavorano nei reparti tecnici della Scala. Una stima per così dire spannometrica, fatta da chi è approdato con sorpresa in mezzo a questa situazione, calcola che il 50 per cento dei tecnici, come dire uno su due, è legato a qualcuno dei suoi colleghi da rapporti di parentela. Qualche caso anche tra i musicisti e la vicenda di uno di loro e della sua (adesso ex) moglie assunta al Piermarini è diventata persino oggetto di dibattito sui blog del teatro.

Una situazione che dispiace a molti che hanno una normale, faticosa trafila da sostenere per essere assunti, e in particolare alle cosiddette «masse artistiche», musicisti e coristi che le cause sindacali stanno via via estromettendo dalla pianta organica della Scala: può accadere che un giudice decreti l’assunzione di una sarta anche se il posto vacante è quello di un violoncellista. Il caso suscita malcontento anche ai vertici della Cgil, che non vedono di buon grado questa gestione.

Far parte della Cgil alla Scala può essere anche un elemento del cursus honorum. Il caso simbolico è quello di Maria Di Freda, ex sindacalista e oggi direttore generale del teatro, incarico dal quale ha preso nette distanze dalla Cgil. Non mancano vicende più normali e frequenti di promozioni mirate, come è avvenuto per il sindacalista Nicola Cimmino, diventato improvvisamente funzionario. Scelte di pace sociale.

In questo contesto fioccano gli scioperi per ragioni che possono sembrare strampalate, ma che spesso sono prove di forza interne al teatro e tra le sigle sindacali. Lo sciopero dei macchinisti che ha bloccato la Cavalleria punta anche a una fila biologica per la mensa: ottime intenzioni salutiste, difficili da conciliare con un periodo di tagli pesanti e di pressanti richieste allo Stato perché non facciano mancare i propri finanziamenti alla Scala.

Tra gli altri motivi di conflitto il numero di vigili del fuoco addetti a controllare gli spettacoli: il contratto prevede che siano sempre tre e, per una complessa rotazione di turni, ciò causa straordinari continui che finiscono con il raddoppiare gli stipendi di partenza. Abitudini che in tempi di difficoltà il teatro vorrebbe rivedere, ma a cui i macchinisti si sono opposti fino allo sciopero.
Sergio Cofferati, da segretario della Cgil, aveva addirittura proposto la precettazione per musicisti e operai ribelli della Scala, paragonando lo stop alla produzione di cultura a un’interruzione di pubblico servizio. Correva l’anno 1996 e a guidare il governo amico era Romano Prodi.