La Scala gioca d’azzardo e mette in campo Prokofiev

La fiaba Pierino e il lupo la conosciamo tutti. Molti hanno visto il balletto Romeo e Giulietta. Alcuni le opere più famose: Tre melarance, Angelo di Fuoco, Guerra e pace... Notissime anche le cantate per il Nevskij e l'Ivan di Ejzenštejn. Ma, parlando di Prokofiev, cos'è Il giocatore? Magari s'è letto Dostoevskij, fonte del libretto, ma quanto all'opera niet. Del resto il lavoro è impicciato da personalità del musicista e accadimenti storici. Con inizio stesura nel 1915, prima rappresentazione nel '29, a Bruxelles e in francese, revisione nel '39... Prokofiev è sospetto in Urss per il modernismo occidentale e sospetto in occidente per le esternazioni patriottiche.
Così se in Urss l'opera entra stabilmente in repertorio solo nel '74 alla Scala, per fare un esempio, non c'era mai stato. Se non nel '96 nell'ambito di una tournée del Marinkij, con Gergiev sul podio ma i nostri in buca. Provvede alla mancanza Daniel Barenboim, deus ex machina all'Unter den Linden di Berlino e della Scala, che propone Il Giocatore nei due teatri.
Lunedì tocca a noi. Lo incontriamo assieme al regista Dimitri Tscherniakov. Un giovane specialista del repertorio russo cui spera poter dare massima divulgare. Uno che è già stato contatto da Mortier per Macbeth e sarà alla presto alla Scala con Onegin.
Ma perché una scelta tanto desueta, e talora disistimata dalla musicologia? Barenboim risponde infatti d'aver scelto il titolo per motivi storici: Prokofief scrive Il Giocatore come risposta alla radicalità antioperistica della cerchia parigina di Diaghilev e Stravinskij. E di essersene innamorato lavorandoci sopra. Ma non può mancare la premessa del pianista. Tutto il Prokofiev per piano eseguito sin da bambino, la valenza di Prokofief pianista innovatore sul tronco Rimskij Kosakov a sua volta ramo del grande albero Liszt, quello da cui discendono tutti i pianismi dell'Otto e Novecento... Prokofiev avanguardia degli anni '50, quando la Scuola di Vienna è ancora un fenomeno di nicchia.. Quanto al Giocatore sostiene che è geniale. Per la simbologia, per l'orchestrazione, per la partitura segnata dalla mutevolezza e per quel mix di gioie e malinconie, pessimismi e disperazione che fa pensare tanto a Mozart. Le altre opere non le ha studiate e non saprebbe dire.
Il direttore minimizza le sue difficoltà per esaltare quelle del regista, loda la nostra orchestra, insiste sulla qualità della partitura specchio di una terra e di un'epoca: la musica slava è attratta dallo spessore tedesco e dall'eleganza francese. Mentre i russi sono affascinati dal fato e dalla fuga dalla realtà. Fuga come sogno, o religione-superstizione. Fato come la roulette che gira e che esiste anche in versione «roulette russa».
Il proiettile nel cilindro impazzito di una rivoltella. Il regista parla veloce. Ha una chiave di lettura. Nell'albergo che si chiama Roulettenburg vaga un'umanità senza tempo. Nessuna comunicazione con l'esterno, nessuna tra di loro. La regia non scava né racconto né aspetto sociale. La sua osservazione, esistenziale, è rivolta ai giocatori, a tutti noi, appagati solo dal desiderio del rischio. L'unico vero significato della vita è l'idea di perderla.