Scala, Korsten non va a «Nozze»

Alberto Cantù

da Milano

L’intervallo fra il primo e il secondo atto va ben oltre i trenta minuti previsti finché la temuta voce dell’altoparlante ne spiega la ragione. Miriam Gauci ossia la contessa d’Almavaviva alias Rosina non sta bene e chiede qualche minuto prima di riprendere. Altra comunicazione. La signora Gauci non è in grado di continuare lo spettacolo. La sostituirà Marcella Orsatti Talamanca che fa parte del secondo cast e in «Dove son» si farà apprezzare per un soave lirismo sottolineato dalle mezze voci. Nozze di Figaro alla Scala, debutto martedì scorso, nell’allestimento di Giorgio Strehler (regia ripresa da Marina Bianchi) con i costumi azzeccatissimi di Franca Squarciapino e le scene di Ezio Frigerio: sontuose e tenere, ad ampio respiro e di sottile ironia come la regia strehleriana, nata nel 1981 e ideale per la «commedia perfetta» di monsieur Amadé. L’omaggio di Milano al 250esimo di Mozart o meglio un titolo che i cartelloni scaligeri come quelli di tutto il mondo portano ordinariamente, non è nato sotto una buona stella. L’indisposizione della Gauci, sulla cui prova non diremo dunque nulla. Più a monte, come da linguaggio sindacale, la scelta di una bacchetta, Gerard Korsten, direttore peraltro assai apprezzato, per sei anni, del Teatro Lirico di Cagliari. Il quale Korsten dice che le Nozze sono l’opera mozartiana a lui più cara ma non lo dimostra. L’Ouverture ha una frenesia ritmica, inedita nella storia del teatro, che prepara la «folle giornata». Di rado abbiamo ascoltato una lettura della pagina così inerte, opaca, banale nel fraseggio, fastidiosamente pesante per accenti e rilievo di fiati e percussioni. Di rado un «preludio» è stato così foriero di promesse mantenute: lentezza, accompagnamenti smorti, scarsa intesa col palcoscenico, poca «disponibilità» verso i cantanti. E si sa come sono le orchestre italiane: a differenza di quelle tedesche o americane, dove uno standard medio non viene mai meno, fanno scintille se sul podio c’è un gran maestro ma si sgonfiano come un bigné (o meglio chou) nel caso contrario.
Nozze, dunque, da godere «con gli occhi» e da valutare per la resa dei cantanti. Dove svettano le voci maschili: il Figaro di Ildebrando D’Arcangelo scenicamente e vocalmente catturante, robusto e flessibile, un po’ poco «uomo nuovo e borghese» ma non per colpa sua (il podio langue) e Pietro Spagnoli, Conte egregio quanto a morbida, sfumata, impeccabile tavolozza timbrico-espressiva. Risalta però soprattutto una Susanna-super lusso: quella di Diana Damrau che Riccardo Muti rivelò con l’Europa riconosciuta e che quanto a vivezza naturale di recitazione, voce limpida, e mordente non ha confronti. Un po’ «invecchiato» il Cherubino della Bacelli e bravi gli altri habituée del cast. Coro meno strepitoso del solito pur nei suoi piccoli interventi.