Alla Scala l’opera di Cilea Dessì, divina da commedia

Diretta da Stefano Ranzani canta con il suo vero partner, regia di Puggelli

Il suggestivo gusto retrò incastona in una lira adorna di rami di quercia i medaglioni con l’immagine dei primi interpreti di Adriana Lecouvreur. L’ambito è quello della famose stagioni organizzate al Lirico di Milano dall’editore Sonzogno, il talent scout della «giovane scuola». Il padrino del «verismo» in musica.
È il 6 novembre 1902. Sul podio il mitico Cleofonte Campanini. Tra il pubblico anche Massenet, Giordano, Leoncavallo, D’Annunzio. Il successo consacra Francesco Cilea. L’anno successivo l’opera è allestita in ventiquattro teatri. Quindi inizia il «giro» in Europa e nelle due Americhe. Cilea è dunque collocato alla voce verismo. Sostanzialmente un movimento letterario con diramazioni nelle arti figurative. Il gruppo «dalla vena breve» è costituito da autori che lanciano il loro j’accuse socio-esistenziale e in genere si esuriscono lasciando alla storia un unicum d’autore. I protagonisti sono diversi tra loro.
Non parliamo di Puccini, cronologicamente inserito ma baciato da ben altro talento, ma anche di Cilea. Un signore calabrese d’altri tempi, alla Corrado Alvaro, come ricorda Magda Olivero, la «sua» Adriana. Un animo schivo e pudico che tuttavia abbraccia quella moda convinta di apporre la firma ad un melodramma rinnovato sulla scia dei suoi passati fasti.
Tra i personaggi del libretto (Arturo Colautti) ricavato dall’Adrienne Lecouvreur di Scribe e Legouvé, la nuova espressività è presente. Sebbene riguardi maggiormente la figura della Principessa, meno quella di Maurizio, quasi per nulla Adriana. Se non nella scena della declamazione dei versi della Fedra di Racine. Ispirata alla vera, divina, Adrienne Le Couvreur (1692-1730), la regina della Comédie-Française entrata nella cronaca di una mort parfumée (il fatale mazzo di violette), anche l’Adriana di Cilea frequenta gli affollati foyer teatrali e le aristocratiche sale avvelenate dagli intrighi di palazzo.
Il compositore tratteggia per lei una linea vocale simile alla propria introversa interiorità. Niente effusioni amorose, ma situazioni che la trasformano in tragèdienne messaggera del vero estetico. A tratti vicina agli opposti decadentismi di D’Annunzio e Pascoli. La sua melodicità affettuosa e astenuta evoca spesso Pergolesi, o Jommelli. Insomma, la scuola napoletana. Quella delle corde di Cilea. La complessità dell’azione che stilizza il Settecento e le molte possibilità espressive dei protagonisti fanno dell’Adriana l’opera più soggetta a diventare come i suoi eroi comandano. Per la direzione di Stefano Ranzani e la regia di Lamberto Puggelli l’Adriana scaligera riprende l’allestimento dell’89. Adriana è Daniela Dessì, Maurizio di Sassonia Fabio Armiliato, Michonnet è Carlo Guelfi, la Principessa di Bouillon è Luciana D’Intino e il principe di Bouillon è Franco Lufi.
Adriana Lecouvreur
diretta da Stefano Ranzani
Teatro alla Scala
da martedì al 28 aprile
Prezzi da 170 a 10 euro
Infotel 02-72003744