Scala, piange anche la Vedova allegra

Gli orchestrali ribelli vanno avanti con gli scioperi. E spunta l'ipotesi di un commissariamento del teatro

«Siamo i piloti della Scala». Il paragone tra gli scioperanti dell’orchestra e i ribelli del cielo, forse non troppo fortunato, è di Stefano Curci. Lui suona il corno e fa parte del nutrito gruppo di musicisti e artisti del coro che ha bloccato le prime tre recite di Bohème e della Dame, senza nessuna intenzione di tornare sui propri passi. Gli iscritti al Fials si sono riuniti in una sala del Dal Verme («l’abbiamo affitata per mille euro» spiega il segretario, Sandro Malatesta»).

Orchestrali e coro del Fials insistono nella richiesta di avere un trattamento a parte, diverso dal resto dei lavoratori del teatro: «Il nostro non è un muro contro muro. Aspettiamo un segnale per discutere e cioè che il Teatro riapra la trattativa. Altrimenti andremo avanti con gli scioperi». Alla Scala, in platea, si svolge l’altra assemblea, guidata dai sindacalisti di Cgil, Cisl e Uil. Parla una maschera, tecnici, coristi e qualche orchestrale contrario alla linea dura. «È una follia fermare la Scala con gli scioperi. Si rischia il commissariamento» dice Domenico Dentoni della Uil. In molti si lamentano perché gli scioperi dell’area artistica fanno perdere soldi a tutti, chiedono di reperire orchestrali che lavorano e la prossima volta fare lo spettacolo comunque. «Il Fials ha sessanta iscritti e venti simpatizzanti, ma ci sono molti indecisi» suggerisce un musicista. «Non si può scioperare come Scala e fare i concerti come Filarmonica» dice un corista. «Lissner tiri fuori gli stipendi dei dirigenti» attacca un altro.

La confusione non manca, in vista del referendum sul contratto che si svolgerà il 10 e l’11 ottobre. Il prossimo campo di battaglia è La Vedova allegra. Debutto previsto il 29 ottobre, ma il Fials vuole far saltare le prime tre recite. E l’ombra della contestazione si allunga sul Don Carlo del 7 dicembre. Il coro si lamenta anche delle scelte al risparmio: «Nel Don Carlo con Pavarotti c’era un coro di centodiciotto elementi, adesso siamo centocinque». Una preoccupazione che riguarda anche la tournée in Giappone di Aida, dove il coro sarà a ranghi ridotti. «Ma se faccio il sacerdote che condanna i prigionieri, non posso fare anche il prigioniero. È come se il violino si dovesse alzare e andare a suonare il flauto» si lamenta Luciano Buono, primo tenore del Piermarini. Sul palco a spiegare le ragioni dell’ammutinamento due primi flauti, una violoncellista, una corista. Molti altri iscritti al Fials siedono tra il pubblico e intervengono in ordine sparso. Arriva la busta paga del primo violino, Francesco De Angelis, sedici anni di anzianità, il musicista meglio pagato dal teatro: tremilaseicento euro netti al mese (il lorodo annuale è 81mila). Un caso isolato, perché un corista al massimo della carriera prende duemilacento euro (45mila lordi l’anno) e qualcosa in più un orchestrale di fila (55mila lordi l’anno). A integrare lo stipendio i concerti con la Filarmonica, cinquanta circa l’anno, che fruttano 387 euro lordi (circa duecento netti) a una prima parte e poco più della metà a un orchestrale di fila. Non sono certo cifre da fame, ma - spiegano loro - si tratta di una professione specializzata, a cui si accede con concorso internazionale e dove la concorrenza si fa sentire: «Per trovare un primo oboe adatto ci sono voluti dieci anni, il primo corno non è ancora stato trovato. Quello che è andato via ha preferito il Santa Cecilia, perché guadagnava di più. È a rischio la qualità». C’è anche chi è soddisfatto, come Roberto Benatti, contrabbasso: «Ho trent’anni, avrò amici sfigati ma nessuno guadagna come me. Alla Verdi accadono cose aberranti e ho colleghi universitari che non riescono a pagarsi la stanza». Non è ancora stato assunto in organico e si sente fortunato così.