La Scala promossa festeggia con Domingo

Mentre alla Scala è di scena il verdiano Simon Boccanegra (fino al 7 maggio), con Placido Domingo in versione baritono, da Roma giungono buone notizie. E’di ieri infatti la notizia che il governo, dando il via libera alla riforma delle fondazioni liriche, prevede per la Scala, insieme con l’Accademia di Santa Cecilia, il ruolo di struttura di «particolare interesse nazionale». Ora il ministero dei Beni culturali ha sessanta giorni di tempo per redigere il regolamento e fissare i paletti, poi si potrà rivedere lo statuto della fondazione. «Questo è un riconoscimento a livello internazionale - ha commentato con soddisfazione Bruno Ermolli, vicepresidente della fondazione scaligera - di un ruolo che va al di là del teatro». La notizia è arrivata in parallelo al ritorno di Domingo al Piermarini: Simon Boccanegra, appunto. Veniamo dunque all’opera. Quello che interessa il Verdi del Simone, primo doge della Repubblica di Genova, non è la vicenda amorosa che domina il melodramma ottocentesco, oltre che tanta parte della sua stessa produzione, ma la ragion di stato, il volto della politica, l'incomunicabilità tra gli uomini indotta dal groviglio di situazioni pregresse. La lotta per il potere e la partecipazione del popolo, che entra in scena come corrente politica. Il tutto affidato alla notte, al buio, al mistero, alle voci calde, cupe e virili di bassi e baritoni. Un basso Jacopo Fiesco, un baritono Simone Boccanegra. Ci sono anche gli innamorati, Amelia e Gabriele, ma la loro storia è solo intrecciata al filone principale. Un libretto del genere, in più affidato a Francesco Maria Piave che tutto è fuorchè un genio della drammaturgia, non può che far cadere un'opera tanto anomala per i suoi tempi. Alla Fenice di Venezia, dove è presentato nel 1857, Simone è fischiato (anche se piace a Napoli). Ma lo stesso Verdi non è convinto, ci torna sopra, ne discute con Tito e poi Giulio Ricordi. Che alla fine, a 25 anni dalla prima del 1857, lo induce a cambiare il librettista. Sarà Arrigo Boito, lo stesso di Otello, già abbozzato, e di Falstaff. Boito il letterato, lo scapigliato, l'intellettuale. In tale veste Simone torna alla Scala nel 1881 ed è un successo. In particolare, viene inserita di sana pianta la grandiosa Scena del Consiglio, atto I quadro II. Un capolavoro, un sussulto della volontà popolare caratterizzato come mai prima di allora, imponente, commenta Mila, come i cori della Passione secondo Matteo. Boccanegra tuttavia non sfonda, non diventa mai popolare. La Simon Boccanegra Renaissance ha un nome e una data: Abbado-Strehler 1971. Il glorioso allestimento viene ripreso varie volte, anche per Sant'Ambrogio e sempre con Claudio Abbado (poi diventa una faccenda di famiglia, e anche Roberto Abbado prende a cimentarsi con il titolo). L'ultima volta è l'82. Mentre in era Muti, che pur verdianissimo non lo dirige mai, ne troviamo uno diretto da Solti nell'88. Il Simone, opera che ha molto in comune con il passato dei Foscari e del Trovatore (stessa fonte letteraria, García Gutiérrez), con il futuro di Otello, con il colore e il rovello di Don Carlo collocato a metà tra prima e seconda versione, arriva dopo la trilogia popolare. E un lavoro di passaggio. I due protagonisti (quelli nominali sarebbero Amelia e Gabriele) sono il corsaro Simon Boccanegra, personaggio storico, sostenuto dalla plebe contro la corrente aristocratica che fa capo a Jacopo Fiesco. Il nobile Fiesco, che padre di Maria e nonno di Amelia nata dall'unione con Simone, nega sdegnato al Boccanegra il matrimonio riparatore, è anche per questo una lama nel cuore del rivale. Intanto Maria muore e la figlia, già rapita, ricompare. Resta un groviglio psicologico inestricabile che tinge ulteriormente di dolore il dramma dello scontro tra fratelli. A questo proposito Verdi, alle prese con la revisione dell'opera, ricorda al suo editore la lettera di Petrarca ai dogi di Genova e Venezia, perchè cedan le armi e gli odi: sono figli della stessa terra, l'Italia. E siamo nel '300. Il segno di Petrarca resta nel libretto di Boito con l'invocazione di Simone «Io vo gridando pace, io vo gridando amor». Se l'epopea raggiunge il clou nella scena del Consiglio non è meno grandiosa la morte del Boccanegra che, annunciato dal lamento dei corni e delle trombe, perdona, benedice, invoca il suo mare e spira. Di importanza fondamentale il coro (anche in questa coproduzione Scala-Staatsoper Berlin per la regia di Federico Tiezzi), guidato da Bruno Casoni. Sul podio Daniel Barenboim. In scena le autorevoli voci di Placido Domingo (Simone), Ferruccio Furlanetto (Fiesco), Anja Harteros (Ameli).