La scalata di Cassarà in vetta al giornalismo

Zelio Zucchi

Se ne è andato anche Cassarà, ha raggiunto Morino e Panza, Ottolenghi e Baretti, Raro e Gin, Camin e Gola. È una storia cominciata mezzo secolo fa, quando al «Tuttosport» di Torino due mostri sacri come Morino e Raro, assieme ai capicordata Ormezzano e Tosatti, avevano fatto la nazionale dei corrispondenti, convocando Ranieri da Livorno, Grandini da Ferrara, Baretti e Romeo da Cuneo, Bortolotti, Civolani e Brighenti da Bologna e il transfuga torinese Minà da Roma e da Udine chi vi scrive. Si trattava di ragazzi che coniugavano lo sport con la grammatica e la passione con la sintassi.
In quegli anni i giornali erano molto diversi da oggi. Macché computer, la Rai aveva un solo canale e per un limitato periodo di ore quotidiane, non parliamo della televisione commerciale, la telefoto era un lusso che soltanto i quotidiani importanti si potevano consentire, persino la teleselezione sapeva di futuribile. Nei giornali di allora, più che il direttore - figura lontana, quasi inavvicinabile - a contare era il segretario di redazione, che in termini militari potremmo definire un maresciallo furiere con i gradi effettivi di aiutante maggiore.
In quel «Tuttosport» segretario di redazione era appunto Emanuele Cassarà. Messo lì dall’editore perché si preoccupasse di limitare le trasferte, e dunque le spese, ma abbastanza giornalista da essere, in effetti, amico e complice di tutti noi. Venuto ai piedi del monte (appunto il Piemonte) da una plaga del Sud che più piatta non si può, Cassarà come passerella personale aveva scelto curiosamente l’alpinismo, che gli consentiva di scrivere ogni tanto, insomma di avere, nella grande dispensa del giornale, almeno un cassetto tutto suo. Personaggio importante e affidabile, aveva fatto sì - per esempio - che nelle buste delle fotografie sistemate in archivio, quella di Bonatti, messa subito prima di quella di Boniperti, fosse quasi altrettanto spessa.
Nel predicare l’alpinismo fino a farlo diventare la sua passione, Cassarà ha avuto in chi scrive - friulano di passaporto e di cultura - un grande alleato. Alleato più di tutti gli altri colleghi, ma amico quanto gli altri, in una squadra che a lavorare si divertiva e che, ormai, esiste soltanto in qualche ingiallito albo fotografico. Anche grazie a Cassarà era una squadra vera e bella. Lo scrivo con affetto e rispetto per il «Tuttosport» di oggi: forse irripetibile.