La scalata perduta

Cosa voleva fare, e ancora la storia non è finita, Gianpiero Fiorani? Il banchiere che, partendo dalla Popolare di Lodi, voleva acquisire l'Antonveneta? Che logica c'era dietro a questa operazione? Era tutta sbagliata e tutta da rifare, come avrebbe detto Gino Bartali, o c'era invece una prospettiva in tutto questo? E magari anche giusta?
Ce ne occupiamo perché i fumogeni delle inchieste giudiziarie non devono coprire tutto e dobbiamo, invece, capire il significato che sottostava a questa operazione.
Se, infatti, sono stati commessi degli errori, dei reati in tutta questa operazione che ha visto il Fiorani combattere contro gli olandesi di Abn Amro per l'acquisizione dell'Antonveneta, lo diranno i giudici dopo che saranno acquisite le prove e celebrati tutti i livelli del processo. Per ora vorremmo discutere di altro e cioè se questa operazione poteva o no essere importante per il sistema del credito italiano, per il suo sviluppo e per una sua maggiore efficienza.
Non c'è dubbio infatti che l'operazione condotta da un altro astro del sistema del credito italiano, Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredito, condotta per acquisire la banca tedesca Hvb sia stata un'operazione da manuale. E lo è stata perché il miglior modo di «difendere» gli interessi del credito, nell'epoca (la nostra) della globalizzazione dei mercati finanziari, è quello di entrarci dentro avendo le dimensioni giuste per farlo e non aspettare che il sistema entri dentro il nostro Paese e, prima o poi, ci mangi come un croissant.
Detto questo non si può pensare, ne vorremmo discutere, che un altro modo sia quello di crescere nel Paese, con alleanze tra banche magari in vista dello sbarco internazionale. Gianpiero Fiorani, a capo di una popolare, quella di Lodi, molto radicata sul territorio ha condotto una campagna di acquisizioni tutta interna, fino a tentare l'acquisizione di un'altra banca, anch'essa molto radicata sul territorio (veneto in questo caso) per costituire una grande banca che insiste sulla parte ricca del Paese, da Lodi a Padova. L'Antonveneta ha al suo interno tutto il gotha dell'imprenditoria del suo territorio di riferimento. Un gotha ricco che vuole raccogliere i quattrini e farli fruttare. Imprenditori che, come nell'Europa intorno al Mille, volevano essere certi dell'investimento dei propri soldi partecipando attivamente, facendosi banchieri all'occorrenza, alla gestione dei propri denari.
Del resto Unicredito che si è «presa», per dirne una, la Cassa di risparmio di Verona, Intesa che si è «presa» la Carialo o Banca di Roma che si è «presa» tramite Bipop Carire la Banca di Brescia, cosa hanno fatto se non creare banche più grandi, alleandosi con banche della parte più ricca del Paese, aspirando così a divenire grandi banche nazionali? Anche Profumo ha dovuto divenire più forte in Italia per poi sbarcare all'estero e divenire più grande anche lì.
Del resto, tutti lo sanno, il radicamento delle banche, in Italia, è un fatto. Che ha voluto dire immobilismo e sicumera, molte volte, ma che ha voluto dire anche un ottimo rapporto con i territori di appartenenza. E i grandi gruppi sanno quanta fatica hanno dovuto e devono fare per metter insieme, in grandi banche appunto, tante piccole banche radicate in territori specifici con tradizioni culturali molto forti. Non a caso i direttori di agenzia in Italia sapevano dei cittadini talvolta più del parroco o del questore. Con tutti i limiti ma anche con tutti i pregi del caso. Per questo è richiesta e desiderabile la gradualità, in questo tipo di operazioni, per non recidere in modo azzardato le radici di queste banche dotate di tanta storia.
Ci pare che questa sia la logica industriale che sta dietro a queste operazioni, compresa quella, per ora non andata a buon fine, del banchiere Gianpiero Fiorani. Ed è importante ragionarci su prima di archiviare tutto tra i fascicoli della Magistratura come se fosse l'unica chiave di lettura possibile. Non è così, almeno secondo noi.