Scalata alla Telecom

È tutto pronto per sfilare Telecom a Marco Tronchetti Provera. Il che, in altri Paesi, potrebbe corrispondere ad una semplice legge di mercato. Purtroppo da noi la vicenda si complica: tra dossier, veline ai giornali, inchieste della magistratura e odori di avvisi di garanzia. Non è detto che Tronchetti alla fine perda il controllo, ma la manifesta ostilità della politica avrà il suo peso.
Cerchiamo di andare per ordine. Ci sono due strade fondamentali che si intrecciano nella vicenda Telecom-Tronchetti: una finanziaria ed una giudiziaria. Con profili drammatici, culminati nella morte, ancora da chiarire, di un dipendente Telecom. Ed una pattuglia di dipendenti e consulenti della società telefonica assicurati nelle patrie galere.
Il profilo finanziario parte da una scommessa fatta sei anni fa da Tronchetti e dalla sua Pirelli: comprare il gruppo telefonico dalle mani di Gnutti e Colaninno ad un prezzo elevatissimo e superiore ai 4 euro. Nel giro di poco l’intero settore delle tlc si è sgonfiato, le Torri sono state distrutte e la concorrenza si è accesa. Dal primo giorno di lavoro Tronchetti e i suoi hanno dovuto gestire un forte debito, nato e cresciuto nelle passate gestioni. Comincia qui la prima puntata della nostra saga all’italiana. Nell’infuocata, per Telecom, estate del 2006 il debito della compagnia telefonica diventa improvvisamente il problema del capitalismo italiano. Sono volate indiscrezioni di tutti i colori, fino alla necessità di ricapitalizzare la Pirelli che attraverso la scatola finanziaria Olimpia ne detiene il controllo. Nulla di tutto ciò si è poi verificato. Il debito oggi è più o meno quello di pochi mesi fa: è cospicuo ma sopportabile. E per di più Pirelli ha svalutato la sua partecipazione nella telefonia senza colpo ferire. Una bolla di sapone: niente di concreto. Se non una pressione fortissima sulle quotazioni e mesi di graticola per i manager finanziari di Telecom. Chi parla più del debito oggi? Dove sono finite le cassandre finanziarie di ieri?
Ma, dicevamo, la vicenda finanziaria si intreccia strettamente con quella giudiziario-politica. Parallelamente all’indebolimento reputazionale sul profilo del debito, la gestione Tronchetti ha avuto a che fare con una banda di malfattori. Un gruppetto capitanato da un dipendente di primo livello e capo della security, Giuliano Tavaroli. Nel teorema, per ora non giudiziario ma mediatico-politico, Tavaroli e i suoi (con appendici alla Greene nei servizi segreti, superspioni e femme fatale) operavano per conto di Tronchetti. E per avvantaggiarlo in una serie di partite: compreso lo spionaggio sul numero uno della Rcs e il dossieraggio su un giornalista economico. Il tutto condito da un giro di fatture false. Nella versione di Telecom gestione Guido Rossi, che nel frattempo ha sostituito Tronchetti, in quella di Pirelli e secondo le prime carte dei Pm milanesi (singolarmente in contrasto su questo aspetto con il proprio gip) la banda di Tavaroli&C. non solo non riferiva a Tronchetti, ma operava a suo danno. E per questo motivo l’inchiesta su tutta la vicenda è partita anche su segnalazioni alla Procura fatte proprio da Telecom.
Ma l’impianto giudiziario, ancora tutto in movimento, avrebbe poco peso se ad esso non si fosse associato un cordone di interessi politici e finanziari. Entra così in gioco una cordata finanziaria che sta lavorando ai fianchi Tronchetti. Pronta, secondo quanto risulta al Giornale, a sostituirsi a Pirelli nel controllo della Telecom.
Il manager, ora confinato in Pirelli, ha abbandonato la guida della Telecom a causa di un accesissimo scontro con l’esecutivo e con Romano Prodi. In un contesto in cui il numero uno della Telecom era fiaccato, fiaccatissimo dallo spettro, poi scomparso, del debito e dalle indagini sulle intercettazioni. Nel tourbillon mediatico giudiziario infatti alla fine dell’estate il grumo di sospetti si era arricchito del dossier intercettazioni. Gli è che in nessuna inchiesta delle procure, in nessun software all’interno di Telecom (Radar è l’acronimo di un sistema illegale individuato dalle Procure, ma che non intercetta un bel niente, limitandosi illegalmente a tracciare i numeri di telefono composti) si è individuato un caso di intercettazione. In questo contesto (mai termine ha un sapore così polverosamente sospettoso) Tronchetti rifiuta l’irrifiutabile: cedere la rete telefonica, l’infrastruttura su cui viaggiano le nostre conversazioni, allo Stato, alla Cassa depositi e prestiti. La proposta arriva da Palazzo Chigi, è il piano Rovati: si tratta in fondo di un’uscita onorevole per Tronchetti. Cedere un pezzo, sia pure fondamentale, dell’azienda nel momento della sua maggiore debolezza. E soprattutto dopo che era andata a monte la trattativa estiva con Rupert Murdoch per cedergli una fetta, non di maggioranza, della scatola che contiene Telecom. Ebbene il no di Tronchetti diventa un boomerang. Nel giro di pochi giorni perde la guida della Telecom, ma soprattutto diventa evidente agli occhi della comunità finanziaria la sua debolezza. Sotto il profilo politico (per l’ostilità di Prodi che sulla vicenda ha dovuto sacrificare Rovati), sotto quello giudiziario (per il polverone sulle intercettazioni) e anche sotto quello più strettamente aziendale (per il cambio di strategia industriale che comunque Telecom ha dovuto imporsi). E arriviamo finalmente alle ore nostre.
Ci ritroviamo daccapo nella situazione di questa estate. E il mare si sta gonfiando con una rapidità impressionante. Qualche volta in modo anche troppo repentino, come dimostra Gianluigi Nuzzi sul Giornale, riguardo all’infortunio commesso da Repubblica sulla vicenda intercettazioni. Il clima a questo punto è da resa dei conti.
Tronchetti ha messo in vendita una quota di Telecom. Lo fa in modo indiretto attraverso Olimpia. Quest’ultima ha in mano il 18% della società di tlc e arriva al 25% circa con una pattuglia di banche amiche. Ma Tronchetti, che con Pirelli ha l’80 per cento di Olimpia, e il restante 20 è dei Benetton, è ora disposto a scendere da parte sua anche sotto al 50%. Mantenendo però con i Benetton la maggioranza. E come questa estate, le trattative sono in corso. Da una trincea più arretrata certamente: Tronchetti non guida più Telecom, il governo si è inventato con Bersani una bella batosta sui ricavi dei telefonini e il titolo continua pericolosamente a languire. Una situazione che mesi fa un banchiere molto vicino a Pirelli già definiva di «scacco matto». La Pirelli non può infatti pensare di sopravvivere con una partecipazione così importante come Telecom, il cui valore scende e sulla quale perde presa progressivamente.
I grandi movimenti sono tutti in questo dilemma: Pirelli deve vendere Telecom, almeno una sua fetta. Tronchetti può farlo autonomamente o può trovarsi nell’angolo. A determinare l’oscillazione del pendolo non sarà l’andamento aziendale della Telecom, né le strategie di Rossi. Ma quell’impasto tutto italiano di intervento pubblico e scarsa trasparenza. Un brutto spettacolo.
Nicola Porro