Scalfari e la predica ai ripugnanti sudditi

Nel predicozzo di domenica scorsa, Eugenio Scalfari - puntualmente pizzicato lunedì da Michele Brambilla - ha preso le distanze dagli italiani. Egoisti e senza visione comune, in una parola: ripugnanti. Questa l’opinione del Fondatore che incolpa il Cav per l’imbarbarimento delle plebi italiche.
Scalfari è, a fasi alterne, in lite o in luna di miele con gli italiani. Se gli sfuggono, li disprezza. Se lo stanno a sentire, li blandisce. Quando l’ottantaquattrenne aveva 40 anni e «andava in via Veneto», detestava i compatrioti perché erano dc. Li bollava come «l’Italia alle vongole», chini sugli spaghetti, dimentichi del bene comune. Quando però qualche suo amico si arrampica a Palazzo Chigi - che sia De Mita, Amato, Prodi o D’Alema - il miserabile compatriota diventa di colpo appetibile.
La verità è che ad avere bisogno dell’Italia alle vongole e di mantenerla tale sono gli Scalfari e i sodali della sinistra. È la materia prima sulla quale esercitano il loro paternalismo, l’unica forma di governo che conoscano. Preso il potere, infatti, la sinistra asseconda tutti i vizi degli italiani, se ne fa paladina e li perpetua. Scalfari & soci concedono ai sudditi ciò che non tollererebbero mai in sé stessi.
Gli italiani vogliono andare in pensione a 57 anni, contro i 67 dei tedeschi? Che ci vadano ma, quanto a noi, restiamo sulla breccia fino agli ottanta. Gli italiani vogliono drogarsi? Si accomodino. Ma vale per i figli degli altri, i nostri non sia mai. Due anni fa Livia Turco raddoppiò la dose di cannabis consentita. Poi dichiarò che tremava all’idea che il proprio figlio profittasse della legge per farsi di canne e che faceva novene perché non accadesse. La sua legge era pensata e misurata sui figli delle vongole, non certo per il suo rampollo o per quelli di D’Alema, Veltroni e congiunta nomenclatura.
Alcune settimane fa, qualcuno del centrodestra ha proposto di introdurre il divieto di rovistare nei cassonetti. Subito Don Ciotti, altro esimio papavero della sinistra, è accorso in aiuto dei barboni. Non ha chiesto il raddoppio delle mense per gli indigenti, ma ha difeso il loro «diritto» a cibarsi di rifiuti. Cosa che non si augurerebbe al peggior nemico e che dovrebbe fare arrossire un prete. Ma è il paternalismo: liberi i subumani alle vongole di fare ciò che noi non faremmo mai.
Poi arriva un socialista-liberale, Renato Brunetta, che dice: «Io per campare lavoro sodo. Perché gli altri no?». E combatte i fannulloni, ripristinando l’eguaglianza dei diritti e dei doveri.
O preferite i due pesi e due misure di Livia Turco?