Scalfari e tutte le bufale di D'Avanzo Se i killer danno a Feltri del sicario

La firma di <em>Repubblica</em> specializzata in teoremi anti Cav. <a href="/interni/se_killer_danno_feltri_sicario/15-11-2010/articolo-id=486932-page=0-comments=1" target="_blank"><strong>Se i killer danno a Feltri del sicario</strong></a> / <em>M. De' Manzoni</em>. <a href="/interni/la_rabbia_bavaglio_feltri_aboliamo_lordine_censori/15-11-2010/articolo-id=487102-page=0-comments=1" target="_blank"><strong>&quot;Abolire l'ordine dei censori&quot;. Solidarietà dei lettori</strong></a>

Una monocroma assemblea di sepolcri imbiancati ci sta spiegando che quando parliamo delle lenzuolate di Giuseppe D’Avanzo discutiamo di Pulitzer mancati. Nell’assembramento eccelle il commissario Davanzoni medesimo (copyright Dagospia), tornato a dispensare la sua «prosa truculenta» (copyright Antonio Polito) come verbo rivelato. Anche ieri egli si è lanciato in un’intemerata contro Vittorio Feltri e la «macchina del fango» del Giornale, buon secondo dopo l’esternazione televisiva di Eugenio Scalfari che di Feltri auspica la radiazione e del nostro quotidiano la chiusura. A corredo dell’articolessa che occupava un’intera pagina interna più un francobollo in prima, D’Avanzo ha piazzato una foto con la seguente didascalia: «Il falso del Giornale sul caso-Boffo». Tuttavia l’immagine riproduceva un titolo di Libero. Peccato veniale, di fronte al suo vasto curriculum di cantonate.
Polito, che lo conobbe cronista a Napoli e lo ebbe collega a Repubblica, lo inquadra così: «Uno che una volta trovava notizie di prima qualità e ora passa il tempo a fabbricare teoremi». L’ultimo sforzo teoremico è stato la ricostruzione del dossier che non esiste: quello che Il Giornale avrebbe fabbricato su Emma Marcegaglia. Non l’hanno trovato neppure i carabinieri, ma il principe dei segugi sì. Il suo ragionamento è il seguente: la mancata smentita di Berlusconi ne convalida l’esistenza. Il suo silenzio «conferma come dietro le aggressioni del suo giornale ci sia sempre la sua volontà». Con lo stesso sillogismo malato, D’Avanzo aveva teorizzato che sempre Berlusconi avesse incastrato Marrazzo, perché non riuscendo a piazzare a nessuno il video con le trans-prodezze aveva tentato di venderlo all’ex governatore stesso, e quindi il Cavaliere doveva essere condannato come ricettatore.
E che dire dell’omicidio di Mauro Rostagno? D’Avanzo assieme ad Attilio Bolzoni firmò un libro per la berlusconiana Mondadori intitolato «Rostagno: un delitto tra amici», nel quale gli assassini erano Francesco Cardella e la compagna Chicca Roveri, a lungo rinchiusi in carcere su richiesta del pm Antonino Ingroia di cui il volume era specchio fedele. Indagini successive chiarirono che quello fu un delitto di mafia, ma la ritrattazione della strana coppia non è pervenuta. Oggi però Davanzoni scrive di «assassinio mediatico di Dino Boffo» compiuto da Feltri, e sbaglia due volte: primo perché Feltri ha rettificato la parte errata della notizia, secondo perché Boffo è ancora vivo e lotta insieme a noi dirigendo con merito la tv dei vescovi.
Il divieto di rettifica per D’Avanzo è un’abitudine. Capitò anche quando, con Carlo Bonini, pubblicò una serie di interviste sul caso Mitrokhin: egli garantì che i colloqui erano «on the record», cioè registrati su nastro, mentre erano stati soltanto stenografati e poi trascritti in bella copia per Repubblica. E quando gli interessati chiesero di stampare smentite e precisazioni, furono ignorati.
Ma il fustigatore dell’«Italietta del quieto vivere» non va troppo per il sottile. Nel 1989 squalificò come «frollato» e «piccolo uomo sbriciolato dall’invidia e dalla gelosia» il magistrato palermitano Alberto Di Pisa (ora procuratore capo di Marsala) additandolo come il «corvo» della procura siciliana. Era invece innocente anche lui, come il lapidato Cardella. L’anno scorso fu addirittura Roberto Saviano a smentire le ricostruzioni davanzonesche sulla strage di Castelvolturno, che ipotizzavano prima un’azione razzista e poi una vendetta sui «neri che chiedono più Stato», mentre si trattava di un feroce regolamento di conti tra la camorra dei casalesi e la mafia dei nigeriani.
Ultimamente la sua specialità sono le minorenni. Ruby è storia recente, con una fiction romanzesca sbattuta in prima pagina (compreso il nome della minore) smentita dagli sviluppi investigativi mentre ancora bruciava la ferita dello scoop del Fatto quotidiano: il commissario Davanzoni lamentò che l’inchiesta fosse stata compromessa «da un’accorta fuga di notizie». Un’arte di «casa Repubblica» nella quale egli è maestro e vorrebbe restare incensurato detentore unico.
Il meglio di sé lo diede con Noemi Letizia e il tormentone delle dieci domande a Berlusconi, dal quale voleva sapere se fosse malato, quanto e come lo faceva, se toccava le carni fresche delle fanciulle e altre faccende di Stato. Uno dei suoi testimoni chiave fu Gino Flaminio, fidanzato-accusatore della ragazza, un tipino che aveva sulle spalle una condanna per rapina taciuta da D’Avanzo, il quale però lo assolse quando la faccenda si riseppe: sarebbe stato ingiusto «screditare un ragazzo per la sua unica colpa».
Sacrosanto. Fece altrettanto con Di Pietro e il figlio, scagionandoli immediatamente quando finirono nell’inchiesta napoletana sul procuratore Mario Mautone. Purtroppo lo stesso metro misericordioso non viene applicato con chi la fedina penale ce l’ha immacolata. Il Giornale, tanto per non far nomi, che sarebbe «un letale dispositivo di potere che si alimenta di menzogne distruttive», «una storia di sicari» che ammazza Boffo e addirittura si permette di «scuotere la tomba» di quel contribuente modello che fu l’avvocato Agnelli. «Il lavoro pubblicitario di un giornalismo servile»: mai auto-definizione è stata più azzeccata.