Scalfari si fa scudo di Pascal nel nuovo attacco a Ratzinger

Il cittadino Scalfari ci ha appena rivelato che la Chiesa che piace a lui non è quella di Benedetto XVI bensì quella di Pascal. Dal che sembra doversi dedurre che il grande omelista della nota lobby laiconiana immagina che mentre la Chiesa che vagheggia papa Ratzinger è una Chiesa oscurantista e intollerante, quella che amava Pascal fosse al contrario una Chiesa vagamente libertaria e libertina. E questa è un’intuizione che sembra destinata – non foss’altro perché non potrà non lasciare di stucco il forse non vasto ma fiero e pugnace popolo dei pascaliani – a segnare una svolta decisiva nel campo degli studi sulle nobili radici gianseniste del pensiero scalfariano.
A qualche spirito superficiale quest’ultima esternazione del cittadino Scalfari potrebbe tuttavia sembrare incompatibile con quasi ogni pensiero dell’autore delle Pensées, e assolutamente inconciliabile con le celebri parole con cui egli confessò la profonda ragione per cui egli amava la Chiesa. «Io credo volentieri – scrisse quello spiritoso miscredente travestito da fazioso bacchettone – a una fede i cui testimoni si lasciano ammazzare». Ma un atleta del libero pensiero come il dotto fondatore di Repubblica non troverà nessuna difficoltà a rintuzzare le eventuali obiezioni dei pascaliani ortodossi, fedeli più alla lettera che allo spirito delle citate Pensées, dimostrando che questa capziosa frasetta, lungi dall’essere, come si è sempre supposto, un’apologia dei martiri cristiani, è in realtà un’astuta allusione agli effetti voluttuosi che lo show del loro sacrificio non ha mai cessato di esercitare sullo spirito e sui sensi di quel pascaliano doc del cittadino Scalfari.
Non occorre comunque aggiungere che questo suo ultimo elegante contributo al dibattito ecclesiologico ripropone un ormai vecchio quesito sulla sua identità professionale: è egli, come sostengono molti, un giornalista che sogna di essere un filosofo, o è al contrario, come opinano altri, un filosofo che sogna di essere un giornalista? A nostro sommesso parere, errano gli uni e gli altri. Egli è un profeta che, per una forma estrema di pudore, preferisce fingere di essere, volta a volta, o un giornalista col pallino della filosofia o un filosofo col pallino del giornalismo. Innumerevoli, ormai, sono infatti i suoi detti che provano che la sua specialità è la profezia. Per citarli tutti occorrerebbe una biblioteca. Qui può comunque bastare il più memorabile di essi: «Il cavallo sovietico si trova ormai a poche incollature di distacco dal cavallo americano e l’esito della corsa è diventato quanto mai incerto. Chi vincerà? Se il nuovo piano settennale verrà attuato, nel 1965 le distanze tra i due massimi contendenti saranno ridotte al minimo e in alcuni settori essenziali saranno addirittura scomparse. Nel 1972 l’Urss sarà addirittura passata in testa non soltanto come potenza industriale ma anche come livello di vita media della sua popolazione, sempre che negli anni che ci stanno dinanzi la velocità di corsa dei due cavalli continui ad essere la stessa di oggi». (Questo oracolo risale ai primi anni Sessanta).
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