Scalfari lo smemorato fa l'avvoltoio con Feltri

Il decano di <em>Repubblica</em> voleva la radiazione del nostro direttore. Ma dimentica che lui l’avrebbe meritata più di altri Per il manifesto su Calabresi &quot;torturatore&quot;, per le false accuse scagliate contro Leone e per quel sodalizio con Sindona...
<a href="/interni/feltri_costretto_silenzio_censurata_voce_libera/14-11-2010/articolo-id=486720-page=0-comments=1" target="_blank"><strong>Feltri costretto al silenzio: &quot;Censurata una voce libera&quot;. La solidarietà dei nostri lettori</strong></a><br />

Il decano della nostra categoria-l’ottanta­seienne Eugenio Scalfari - ha fatto l’altra sera uno scivolone. Si è forse rotto il femore? Peg­gio: ha scritto una brutta pagina di giornali­smo. Scritto si fa per dire, perché il vanitosone ha voluto pavoneggiarsi in tv con la barba sa­piente, i capelli color neve, le proverbiali gote rosa. Ha impettito il busto davanti alla teleca­mera e se n’è uscito, all’incirca, così: «Che Vit­torio Feltri non sia stato radiato, mi ha stupi­to ». Ha omesso di aggiungere, «dolorosamen­te », preferendo esprimere il risentimento con l’indignazione del viso, l’aggrottare delle so­pracciglia e gli altri accorgimenti che nefanno da decenni la coscienza della Nazione. Per lui, dunque, il collega imputato del caso Boffo avrebbe dovu­to dare l’eterno addio alla professione. E questo, fran­camente, non fa onore al pa­ladino di tutte le libertà qua­le da mezzo secolo è il Mae­stro. Da una personalità co­sì ci saremmo attesi la stes­sa benevolenza per gli erro­ri altrui che Egli ha genero­samente dimostrato per i propri. Si dice che, con l’accumu­larsi delle primavere, si in­debolisca la memoria del presente ma si rafforzino i ri­cordi del passato. Se Scalfa­ri fa eccezione, può volere dire due cose: o che non ha mai avuto coscienza delle proprie porcherie o che or­mai si è bevuto il cervello. O le due cose insieme. Chi è Gegè, come lo chia­mavano in gioventù gli ami­ci per le sue arie da gagà? Ri­sposta: uno che - se avessi­mo un Ordine dei giornali­sti con la schiena dritta - sa­rebbe già stato fermato da lustri e la lista delle sue ca­stronerie, giornalistiche e umane, sarebbe meno lun­ga. Scalfari è tra coloro che hanno indicato agli assassi­ni di Lotta Continua il bersa­glio di Luigi Calabresi, falsa­mente accusato dell’omici­dio dell’anarchico Pinelli. Il commissario fu ucciso dai terroristi di Adriano Sofri nell’aprile del 1972. I man­danti morali furono i giorna­li di sinistra - tra i quali si di­stinse il settimanale L’Espresso , creatura del Ma­estro - che nei mesi prece­denti si erano scatenati con­tro di lui. Gegè volle però da­re un’impronta più persona­le all’infamia. Promosse una sottoscrizione, alla qua­le aderirono ottocento «in­tellettuali » - tra cui lui e la sua redazione - di un mani­festo che definiva Calabresi «commissario torturatore» e il «responsabile della fine di Pinelli». Benedì, inoltre, un’altra iniziativa con cui si intimidiva la magistratura che aveva denunciato i mili­tanti di Lc per istigazione a delinquere. Una lettera aperta al procuratore di To­rino, autore della denuncia, firmata da diversi redattori di Scalfari, tra i quali l’attua­le moglie del Maestro, Sere­na Rossetti. I sottoscrittori si schieravano in difesa di Sofri & co., affermando orgo­gliosi di condividerne l’illu­minata visione. Ecco un sag­gio della prosa: «Quando i cittadini da lei imputati af­fermano che in questa socie­tà “l’esercito è strumento del capitalismo, mezzo di re­pressione della lotta di clas­se”, noi lo affermiamo con loro. Quando essi dicono “se è vero che i padroni so­no ladri, è giusto andarci a riprendere quello che han­no rubato”, lo diciamo con loro. Quando essi gridano “lotta di classe, armiamo le masse”, lo gridiamo con lo­ro. Quando essi si impegna­no a “combattere un giorno con le armi in pugno contro lo Stato fino alla liberazione dai padroni e dallo sfrutta­mento”, ci impegniamo con loro». Questo erano Gegè e la sua cerchia. Pensare che qualche anno dopo, da di­rettore di Repubblica , il Ve­nerando si scaglierà come un nume babilonese contro Bossi per l’iperbole da scola­retto degli «otto milioni di baionette padane». Tipica indignazione farlocca di un consumato ipocrita che rin­faccia la pagliuzza nell’oc­chio altrui e glissa sul tron­co piantato nel suo cervello. Eugenio - nell’indifferen­za dell’Ordine che oggi bac­chetta per non avere radia­to Feltri - ha usato il mestie­re per calpestare la verità e farsi i propri interessi. Negli anni Sessanta, ha falsamen­te accusato il generale dei carabinieri, De Lorenzo, di tentato golpe. Per mettersi al riparo della condanna pe­nale che la bugia gli aveva fruttato, grazie all’immuni­tà che ora esecra, si è fatto eleggere in Parlamento col Psi di Pietro Nenni. Così ­pur essendo ricco come l’Aga Khan- si gode oggi an­che la pensione frutto della menzogna che ha rovinato la vita di De Lorenzo. Che fosse una bidonata, è ormai assodato per ammissione di Lino Jannuzzi, il giornalista che fece con lui il finto sco­op. Una ventina di anni do­po, Lino, rinsavito, rivelò in­fatti che avevano montato la panna sulla base di una documentazione manipola­ta del Kgb sovietico. Queste le fonti del disinvolto Mae­stro. Ritroviamo lo zampone dell’illustre decano anche nelle false accuse che co­strinsero il presidente Leo­ne a dimettersi dal Quirina­le nel 1978. Furono i giorna­listi dell’ Espresso , Melega e Camilla Cederna, a sparge­re i veleni. Gegè, dalle colon­ne di Repubblica , aggiunse batteri alla stricnina e, sem­pre con l’aria di portare puli­zia nel Paese, distrusse un innocente. Con l’arma del giornalismo malandrino, perseguiva un fine politico: eliminare un ostacolo all’av­vento del compromesso sto­rico col Pci, a lui gradito e avversato da Leone. Il Vene­rato sperava così di plasma­re a sua immagine l’Italia, scolpire il suo nome sulla pietra e passare - alla faccia del rivale Montanelli - per il superfico del bigoncio gior­nalistico. Vi sembra che abbia ono­rato la professione uno che è stato pappa e ciccia col te­soriere della mafia, Michele Sindona, prima di voltargli le spalle e affossarlo? Men­tre era deputato, a Gegè ven­ne l’uzzolo di fondare un quotidiano, la futura Repub­blica . Si mise alla ricerca di finanziatori. Ci provò con Eugenio Cefis, ci riuscì con Carlo De Benedetti, Nell’in­termezzo, cercò l’aiuto di don Michele che stava sca­lando con un’Opa la Basto­gi. Una notoria truffa. Ma Scalfari, per sedurlo, ne di­venne complice. Presentò, a nome del Psi, un’interro­gazione di totale appoggio all’Opa. In un soffietto di quarantatré righe, il deputa­to affermò che «la serietà dell’offerta era comprova­ta » e che essa «favoriva una massa di oltre tremila picco­lo azionisti». In sostanza, una meraviglia. Appena se ne accorse, Riccardo Lom­bardi, responsabile Psi per l’economia, lo convocò invi­perito. «Scalfari, ricordi che prima di impegnare il parti­to deve chiedere l’autorizza­zione. Il Psi non condivide il suo appoggio a Sindona». Messo alle strette, Gegè far­fugliò: «Ne avevo parlato con Giacomo Mancini». Non era vero, ma Mancini ­che era il suo protettore - lo coprì. Don Michele si profu­se in ringraziamenti e pro­mise i soldi per Repubblica . Due anni dopo, però, fece fallimento. Il Maestro, per cancellare le impronte, co­minciò ad attaccarlo furio­samente. Per l’eccelsa pen­na, l’ex amico in disgrazia di­venne «il bancarottiere». Immemore delle untuose sviolinate di poco prima, ac­cusò questo e quello - con particolare lena, Andreotti ­di complicità col finanziere sul lastrico. Ne chiese la ga­lera e la ottenne. Si carezzò la barba e prese la posa del salvatore della patria. Le imprese del Nostro non finiscono qui, ma lo spa­zio a disposizione, sì. Vi chiedo: può un simile esem­plare giornalistico fare la predica a chicchessia?