Scalfari smemorato

Ieri mattina in un lungo editoriale Eugenio Scalfari ha ricordato le figure dei governatori della Banca d’Italia dal dopoguerra fino a Carlo Azeglio Ciampi. Di tutti ha tessuto le lodi e di alcuni si è dichiarato amico come nel caso del mai dimenticato Guido Carli, governatore per quindici anni (1960-1975) e ministro del Tesoro per tre (1989-1992). La lettura di quell’editoriale ci ha quasi commosso per la profondità dei contenuti e la levità della forma. Mentre ci commuovevamo, però, ci è ritornato improvvisamente alla mente un episodio che ci raccontò lo stesso Guido Carli nell’autunno del 1990. Avendo dato in un momento particolare una lunga intervista al Corriere della Sera, Carli fu raggiunto da una risentita lettera di Eugenio Scalfari che si lamentava del fatto che quell’intervista non l’avesse data a Repubblica «nonostante tutto quello che lui e il suo giornale avevano fatto per il ministro del Tesoro». Carli, uomo spiritoso e compassato, rispose in tempo reale con una gentile lettera in cui si doleva per aver provocato un tale risentimento. Naturalmente, concluse Carli, «sono a disposizione per un’altra intervista, ma nonostante ogni sforzo non ricordo che cosa mai lei e il suo giornale avete fatto per me». Il giorno dopo Massimo Riva, uno degli opinionisti di punta di Repubblica, fece un editoriale di fuoco contro il ministro del Tesoro Guido Carli. Leggendo l’altro giorno quell’editoriale in cui Scalfari grondava di amicizia per Carli ci siamo ricordati della saggezza antica che ci ammonisce con quel detto secondo il quale «dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io».
Dopo questo piccolo flash di verità storica, torniamo per un momento alle cose serie e in particolare alla vicenda della Banca Antonveneta. È accaduto, purtroppo, esattamente quello che avevamo previsto e cioè che il sequestro giudiziario avrebbe consegnato quella banca all’Abn Amro senza colpo ferire. Infatti il custode giudiziario delle azioni sequestrate della Banca Antonveneta pari a circa il 40 per cento del capitale, in assemblea non si è presentato con una lista di nomi per il consiglio di amministrazione e ha consegnato, di conseguenza, la gestione della banca nelle mani degli olandesi dell’Abn Amro, soci di minoranza. È stato un errore del custode giudiziario o questi aveva un preciso mandato in tal senso? E se fosse così, perché quel mandato preciso? Chi mai può spiegare questo arcano tenebroso e sempre più inquietante, visto che nel frattempo si tenta di intimidire da ogni parte la Banca d’Italia inviando alla Procura di Roma intercettazioni varie e iscrivendo nel registro degli indagati il capo della vigilanza? Certamente il governo e il Parlamento potrebbero sapere di più e agire di conseguenza perché diventa veramente difficile digerire che a decidere sul controllo di istituti di credito siano le Procure della Repubblica.
Noi che abbiamo affinato in questi anni il nostro olfatto (ucci, ucci, sento odor di peccatucci), non ci faremo depistare. C’è un coagulo di interessi che si sta muovendo per consegnare, regalandole, due banche italiane a due banche straniere con l’annesso pedaggio ad alcuni circoli di potere nostrani. Possiamo sbagliare, lo ripetiamo ancora una volta, e all’occorrenza faremo ammenda, ma non lasceremo niente di intentato per scrivere la storia vera di questa inquietante vicenda che, tra l’altro, ha come obiettivo anche qualche autorevole leader della sinistra italiana. Mai come adesso, però, la politica tutta dovrebbe difendere le prerogative della Banca Centrale e delle altre autorità di controllo, nonché le regole che disciplinano il mercato finanziario perché quando interessi economici si muovono con tale impudenza a rischio è messa la nostra democrazia. Ci pensino tutti prima che un’altra slavina travolga ancora una volta la stabilità di questo Paese sempre più fragile.