Scalfaro "ora ci sta al gioco al massacro"

Buon vecchio Oscar, ci mancavi. Ha provveduto ieri a riportarlo alla ribalta una intervista in ginocchio del collega Marzio Breda del Corriere della Sera, che è uno di quelli che davanti all’intervistato si mette nei suoi panni e non sai più chi è l’intervistatore e chi l’intervistato perché i due sembra che stiano per fidanzarsi. Che cosa dice dunque il presidente emerito Oscar Luigi Scalfaro? Non ne siamo sicuri, perché occorrerebbe spesso il dizionario Scalfaro-Italiano, Italiano-Scalfaro, ma grosso modo sembra di capire che l'ex presidente che nessuno rimpiange, presenti se stesso come un uomo equo, equilibrato e super partes: un buon papà istituzionale che, di fronte ai problemi della giustizia e alle proposte del governo dà consigli. Ma, scusate, Scalfaro non era quello dell’«io non ci sto»? Non era quello che invece di chiamarsi dentro quando questioni di rilievo giudiziario lo investirono come un treno, si chiamò fuori?

Scalfaro scivola poi su un imbarazzante lapsus freudiano quando, consigliando a Berlusconi di accettare con animo lieto e il capo decorato di margherite la mannaia di giudici dichiaratamente ostili, avverte che «qui non è in gioco una fucilazione». Fucilazione: dove avevamo già udito questa parola e questa procedura, in relazione alla vita e alle opere di un magistrato che si chiamava (guarda tu l’omonimia) anche lui Oscar Luigi Scalfaro? Ma certo: il magistrato Oscar Luigi Scalfaro, prima di darsi alla carriera politica e diventare un beniamino della sinistra girotondina, che lui stesso rimpiange nell'intervista, ebbe la ventura di mandare deliberatamente un imputato ad offrire la schiena, bendato e legato a una sedia, a un plotone d’esecuzione prima che la pena di morte fosse abolita! Saranno incidenti del mestiere, ma non siamo a conoscenza di altri membri del Parlamento o del vertice della Repubblica che abbiano spento una vita in nome della legge con dodici palle di fucile. Oppure, anche in questo caso, questo premio Oscar all’opportunismo «non ci sta»? E ci sta o non ci sta con la vicenda che fu sollevata dei fondi del Sisde, dell’architetto Salabè amico della gentile figliola e di tutto quel grave pasticcio che lambì limacciosamente il nostro Oscar?

Sarà un difetto della nostra memoria, ma non ricordiamo un presidente Scalfaro che abbia detto «affronterò a viso aperto queste accuse, invocherò anzi l’intervento della magistratura sottraendomi ad ogni immunità ed impunità, perché il Paese ha diritto di sapere». A noi sembra che abbia invece gridato «Io non ci sto». Che vuol dire «non ci sto»? Vuol dire non lo permetto, non lo lascio fare, non do il permesso, non consento, non ammetto, ostacolerò, impedirò. Che ci sembra l’esatto contrario di «mi metto a disposizione, sono pronto a guardare la giustizia in faccia, voglio fare chiarezza, desidero che tutto nella mia vita possa essere considerato più trasparente della brocca col pesce rosso».

Il Corriere della Sera correda l’intervista con alcuni boxini che ricordano alcune opere della vita di Scalfaro, il cui antiberlusconismo ad personam andò molto oltre le sue funzioni di arbitro e garante super partes. Scalfaro è colui che negò le elezioni anticipate dopo il ribaltone del 1994, che ribaltò la volontà degli elettori. Scalfaro nel 2001 dette dell’ignorante a Berlusconi che aveva detto di vedere tracce di comunismo nella prima parte della Costituzione, che più che tracce contiene interi edifici prefabbricati del consociativismo fra Pci e Dc. Scalfaro, lo ricordiamo ancora, è quello che alla fine del mandato del presidente Cossiga urlò istericamente alla Camera un ipocrita «Viva il Parlamento!» che faceva a pugni con il suo successivo comportamento di denigrazione antiparlamentare confermato nell’intervista dalla già citata militanza nel girotondismo che fu un movimento di denigrazione del Parlamento, di attacco anche fisico al Parlamento e ai membri del Parlamento.

Scalfaro non ci stava quando era magistrato e mandava i cristiani a morte, Scalfaro non ci stava quando si atteggiava a moralista integralista che tuonava contro le scollature estive, non ci stava quando insorgeva contro un Presidente della Repubblica in carica, non ci stava quando era chiamato a rispondere a domande molto imbarazzanti che lo coinvolgevano come personaggio pubblico, non ci stava quando doveva restituire al popolo sovrano la voce che gli era stata tolta, non ci stava quando Berlusconi avanzava critiche sacrosante sulla necessità di riformare la Costituzione esercitando un diritto dovere di interpretare una opinione largamente diffusa nell’elettorato, e seguita oggi a non starci impartendo lezioni con l'aria di essere una persona stimata, autorevole, considerata unanimemente (e non soltanto da Marzio Breda) come una fonte di imparzialità, saggezza, trasparenza, autorevolezza.

Vogliamo dire noi oggi al presidente emerito Oscar Luigi Scalfaro, al girotondino Scalfaro, all’esiziale procuratore Scalfaro, al politico Scalfaro e al senatore a vita Scalfaro, che siamo noi a non starci. Non ci stiamo più a questa melassa di ipocrisia spurgata in un italiano posticcio, melenso, allusivo, appiccicoso. Il cittadino Scalfaro ci deve ancora delle spiegazioni. Molte, e sulle quali lui e non altri ha posto l’impudica cortina dei «Non ci sto». Ci ha stufato quasi quanto il giornalismo di spalla. Non ci stiamo. La pianti. Scriva le sue memorie, e le scriva per ricordare e per dire e chiarire, invece di tacere.