Scalfaro, il paladino antibavaglio che dal Colle minacciava gli editori

Deve essere andata così. Dev’essere andata che Francesco Cossiga non ha potuto resistere e l’ultima, l’ultimissima picconata da lassù, ha deciso di calarla su Oscar Luigi Scalfaro, suo successore al Colle. Quello Scalfaro che quando lui, Cossiga, era al Quirinale, ne auspicava velenoso le dimissioni: «Quando se ne andrà a casa sua sarà sempre troppo tardi». E che quando Cossiga se n’è andato e basta, dimettendosi dalla vita intera due giorni fa, s’è affrettato a ricordare «la nostra amicizia profonda». Dev’essere andata così. Perché è proprio descrivendo Cossiga che a Cesare Romiti, protagonista di una lunghissima fetta di storia italiana, è capitato, come per caso ma nemmeno troppo fra le righe sul Corriere della Sera, di svelare il vero Scalfaro. Quello che adesso punta l’indignato indice contro chiunque a suo parere tenti di imbavagliare l’informazione, là dove «chiunque» risponde di solito al nome di Berlusconi Silvio, suo bersaglio preferito. Ma che quando sedeva al Quirinale, lo stesso dito lo puntava minaccioso niente meno che contro l’editore del più importante quotidiano italiano. E cioè lui, Romiti.
Testuale: «C’era Scalfaro al Quirinale. Io ero presidente della Rcs. Il Corriere della Sera pubblicò un’intervista in cui non ricordo più quale esponente politico o economico attaccava il capo dello Stato. Scalfaro mi convocò e col dito alzato mi rimproverò aspramente e disse che avevo permesso qualcosa di inaudito... Gli feci presente che in un giornale veramente libero è il direttore a decidere. Raccontai tutto a Cossiga, nel frattempo diventato mio caro amico personale... Ci davamo del tu... Seppi poi, ma non da lui, che era intervenuto sul presidente. E che aveva spiegato a Scalfaro che certe cose non si possono fare, in una democrazia». Bum. Ricordando Cossiga, Scalfaro, potenza di un’ormai decennale deformazione professionale alla predica, ha ricordato la sua, di lezione all’«amico»: «Quando da capo dello Stato mandò un messaggio al Parlamento sulla nostra Costituzione, presi la parola in aula e contestai fermamente questa sua posizione; lui stesso ebbe modo di darmi atto del mio rispetto assoluto alla sua altissima responsabilità e alla sua persona, come era mio preciso dovere, e la nostra amicizia rimase viva e per me particolarmente confortante». Nessun cenno alla lezione ricevuta, peccato di omissione.
Del resto, quella frase che gli disse Cossiga, che in democrazia non si fa di alzare il telefono e l’indice contro l’editore di un giornale, a Scalfaro dev’essere rimasta impressa, visto che la ripete come un mantra negli ultimi anni. Peccato che i suoi appelli perdano un po’ di forza e acquistino un po’ in comicità, riascoltati alla luce del racconto di Romiti. Quello del 25 maggio scorso, per dire: «Imbavagliare la libertà di informazione è inaccettabile». O l’altro, era il 4 giugno 2009 e il signor «non ci sto» avvertiva che le istituzioni repubblicane, a suo parere sempre più indebolite, vanno difese «dalla vocazione al potere senza alcun limite e dalla vocazione dei singoli a essere servi calpestando la propria dignità».
A proposito di potere che imbavaglia l’informazione, però, bisogna rileggersi quello che Scalfaro disse il 4 settembre scorso alla festa del Pd: «Sbaglia chi pensa che sia meglio cedere di fronte ad un prepotente, in qualsiasi settore voglia dominare abusando del potere. C’è bisogno che abbia un limite, che abbia una virgola di senso morale. Bisogna fermarlo in tempo». Perché, ha rimarcato col tono di chi ne sa qualcosa: «Essere investiti del potere non è facile. Si insinua facilmente il serpente dell’interrogativo: io sto sudando tutto il giorno, è mai possibile che un giornale mi attacchi?». Ecco. E se un giornale ti attacca che fai, convochi l’editore? Giammai: «Capisco che possa dare fastidio ma è da ubriachi pensare che i primi elogi siano sinceri, disinteressati. C’è un male che non è solo italiano, contro il quale è quasi impossibile salvarsi: è il servilismo». Ma dev’esser più facile dirlo quando di potere non ne hai più.