Scalfaro santoNoi non ci stiamo

Dai ribaltoni degli anni '90 al "non ci sto" sulle accuse di aver intascato fondi neri: un presidente per disgrazia ricevuta

L’antiquariato della Repubblica italiana perde un altro pez­zo e va estinguendo­si: è morto Oscar Luigi Scalfaro, il presidente del ribaltone. Fu lui, in­fatti, con la collaborazione malan­drina di Massimo D’Alema e Roc­co Buttiglione, a convincere Um­berto Bossi ad abbandonare la maggioranza di centrodestra, pro­vocando così la caduta del primo governo Berlusconi. Tutto accad­de tra la fine del 1994 e l’inizio del 1995. Ci si aspettava che il capo dello Stato, uscito momentaneamente di scena il Cavaliere, sciogliesse le Came­re e indicesse elezio­ni anticipate. Nean­che per sogno.

Il Quirinale, non contento di aver sot­trat­to la Lega alla coa­lizione che appoggia­va l’esecutivo, si ado­però, con i citati com­plici ( D’Alema e But­tiglione), a far traslocare i padani nel centrosinistra allo scopo di dar vita a un nuovo governo presiedu­to da Lamberto Dini, anche questi proveniente dalle file berlusconia­ne. Un capolavoro di scorrettezza, un tipico imbroglio italiano per­ché formalmente legittimo anche se, nella sostanza, irrispettoso del­la sovranità popolare. Paradossal­mente chi aveva vinto le elezioni fu cacciato all’opposizione, e chi le aveva perse fu promosso alla gui­da del Paese.Ecco.Basterebbe l’episodio nar­rato a fotografare l’uomo, abile e spregiudicato, pronto a tutto per imporre la propria volontà ispirata dal cielo. Ma la sua storia è talmen­te piena di aneddoti che non può esaurirsi nel racconto del ribalto­ne. Anche perché, sotto la sua presi­denza ( e regia) se ne registrò un al­tro, altrettanto clamoroso, alcuni anni appresso. A Palazzo Chigi c’era Romano Prodi, gongolante per aver ottenuto l’ingresso dell’Ita­lia nella moneta unica. Ma la sua fe­licità durò poco, perché Fausto Ber­tinotti, a un certo punto, gli votò contro e, euro o non euro, il Professore do­vette andarsene a ca­sa. Ancora una volta sarebbe stato oppor­tuno mobilitare le ur­ne, visto che Rifonda­zione comu­nista ave­va ritirato il suo soste­gno alla maggioran­za. Ma Scalfaro diede l’incarico di formare un nuovo ministero a D’Alema. Il quale pe­rò non aveva i numeri, e se li procu­rò cooptando Clemente Mastella con un pezzo dell’Udc (allora Ccd) prelevato dal centrodestra. La mos­sa fu denominata ribaltino. D’Ale­ma stette in sella un annetto. Slog­giò dopo la sconfitta alle regionali. E il capo dello Stato lo sostituì con Giuliano Amato, che concluse la tri­bolata legislatura nel 2001.

La vicenda di Scalfaro comincia nel 1941 quando si laurea in giuri­sprudenza all’Università Cattolica di Milano. Due anni più tardi entra in magistratura giurando fedeltà al fascismo. Fe­deltà si fa per dire; perché lui ci mette nulla a diventare antifascista e a strizza­re l’occhiolino ai partigiani. Vabbé, certi salti della quaglia ai tempi erano all’ordine del giorno.

Finisce la guerra e Scalfaro, cattolico di ferro (ciò che non gli impedisce di gradire la condanna a morte di un im­putato), molto stimato da Giuseppe Pella, viene eletto nella Costituente per la Dc. E da quel momento sino a ie­ri rimane saldamente ancorato al Pa­lazzo. Un record eguagliato soltanto da Giulio Andreotti. Oscar Luigi fa subi­to parlare di sé. Nel 1950 il suo sguardo è attratto dalla scollatura generosa di una signora seduta al tavolino di un caf­fè. Lui si scandalizza e non si trattiene dall’esprimere alla donna la propria in­dignazione. Praticamente, gliene dice quattro, e, secondo una versione del bi­sticcio mai confermata, le ammolla uno schiaffo. Parte una denuncia che non arriva in fondo per intervenuta, provvidenziale amnistia. Una scioc­chezza? Sì, una sciocchezza che tutta­via rivela la personalità di questo politi­co nato a Novara da madre piemonte­se e padre napoletano. Un bigotto inos­sidabile e mai scosso dal dubbio, alme­no in apparenza. Tant’è che nel 1974 af­fianca Amintore Fanfani nella campa­gna referendaria contro il divorzio, in­v­iso alle gerarchie della Chiesa e di con­seguenza anche a lui. Vincono i divorzi­sti, la sinistra (la mentalità, la pseudo­cultura di sinistra) avanza e il democri­stiano di destra, anticomunista e bacia­pile, si eclissa. Trascorrono anni bui durante i quali Oscar Luigi cerca inva­no un rilancio. È Bettino Craxi a ricollo­carlo nel cono di luce, portandolo ina­spettatamente alla gloria del mondo: lo nomina ministro dell’Interno, dove resiste alcuni anni. Sdoganato. Nel 1989 crolla il Muro di Berlino.È l’inizio della crisi per la cosiddetta Prima Re­pubblica. Emerge la Lega. La Dc e il pentapartito governano male: gesti­scono il potere con l’unico intento di conservarlo, la corruzione non è tenu­ta a freno. In poche parole si intuisce che sta per succedere qualcosa di gra­ve, ma non si capisce cosa. Lo si com­prende benissimo nel 1992 quando An­tonio Di Pietro dà il via all’inchiesta Mani pulite e attaccano a fioccare avvi­si di garanzia. Le elezioni politiche in quell’anno si svolgono in un clima stra­no. I risultati non sono negativi per la Dc e i suoi alleati, ma neppure esaltan­ti. Francesco Cossiga, il picconatore, si dimette alcuni mesi in anticipo sulla scadenza naturale del mandato. E biso­gna eleggerne un altro. La Dc candida Arnaldo Forlani nella certezza di spun­tarla. Nossignori. Silurato. Ripiega su Andreotti. Bocciato pure lui. Panico. Che aumenta a causa della strage di Ca­paci, dove vengono assassinati Gio­vanni Falcone e la moglie Francesca con la scorta. Urge spedire al Quirinale un presidente.Chi?L’idea viene a Mar­co Pannella, laicista storico e ostile a ogni massimalismo. Un’idea geniale nella sua perversione: Scalfaro. Sono talmente avviliti i signori del Parlamen­to­allo sbando da accoglierla con entu­siasmo.

Incredibile ma vero, Oscar Lui­gi, già presidente (per un paio di setti­mane) della Camera e del Senato (provvisoriamente), viene votato per disperazione. Non fa una piega e sale al Colle. Intanto infuria Tangentopoli. Il pentapartito è sgominato dalla Pro­cura di Milano. L’ex Pci non ha più av­versari tranne Bossi e Gianfranco Fini, due comprimari. È il motivo per cui Sil­vio Berlusconi scende in campo e fon­da Forza Italia fra le risate generali dei professionisti della politica che lo con­siderano un fenomeno da baraccone. Errore. Il Cavaliere batte inopinata­mente Achille Occhetto. E va a Palazzo Chigi con un esecutivo tutto sommato migliore- se valutato oggi- di quello va­rato nel 2008. È noto quanto successo dal 1994 al 1995. Scalfaro ha una grana: lo accusano di aver intascato (lecita­mente) soldi dai Servizi segreti, una do­tazione di denaro di cui in teoria egli non dovrebbe rendere conto (questio­ne di prassi). Però in quel periodo era necessario spiegare la destinazione di ogni lira incamerata. Scalfaro vicever­sa non spiega l’uso fatto dei fondi rice­vuti quando era responsabile del Vimi­nale. Si rifiuta di farlo. E va in tivù, inter­rompendo una partita di calcio inter­nazionale, per dire agli italiani: «Io non ci sto». Come «non ci sto»? Tutti ci stanno e tu no? Inutile insistere: lui non ci sta, lo ripete con forza e nessuno replica. La magistratura fa un passo in­dietro e amen. Mah!

Sui ribaltoni ci siamo dilungati e non aggiungiamo altro. Serve invece rammentare una legge di cui si è molto parlato: la «Par condicio», studiata ap­pos­ta per comprimere la forza mediati­ca di Berlusconi, e dare a qualsiasi par­tito (grande, piccolo, non importa) lo stesso spazio televisivo su emittenti pubbliche o private, indifferentemen­te. La norma vige ancora.

Questa in sintesi l’avventura politi­ca (e umana) di Oscar Luigi Scalfaro, uno straordinario bacchettone di suc­cesso involontario, che è stato capace di passare nel corso della sua esisten­za, non breve (93 anni), da strenuo di­fe­nsore della democristianità ortodos­sa a paladino degli ex comunisti, nume tutelare della putrida decadenza del si­stema politico che ha rovinato il Paese.
Sono gli uomini come lui, rappresen­tanti di un mondo che non c’è più, ad aver causato il fallimento di ogni tenta­tivo di modernizzare il Paese. Infatti ora tutti lodano il defunto presidente emerito. Le dichiarazioni dei leader politici sono imbarazzanti: un coro di elogi alla melassa che invoca la imme­diata beatificazione di Scalfaro. No. Noi non ci stiamo. Indro Montanelli di­ceva di lui: lo abbiamo avuto come ca­po dello Stato per disgrazia ricevuta. Condividiamo il giudizio.