Scalfaro, vero uomo di Carta Ma interpretata a modo suo

<div>Oggi tutti lo piangono come il custode della Costituzione eppure nel 1994 pur di far cadere Berlusconi chiese l’intervento di Agnelli. Quelle strane manovre sul 41bis a favore dei boss</div>

L’episodio forse più sorprendente l’ha raccontato ieri sulla Stampa Marcello Sorgi. È il dicembre ’94 e Oscar Luigi Scalfaro ha ormai deciso di mandare a casa il Cavaliere. Per lui morto un governo se ne fa un altro. È una vita che il presidente assiste alle crisi degli esecutivi, quelli balneari e quelli guidati dai cavalli di razza. Un anno, anche meno e si cambia. La Prima Repubblica è andata avanti così. Ma dalle macerie di Tangentopoli è emerso Silvio Berlusconi. Poi è arrivato l’invito a comparire, recapitato direttamente in edicola dal Corriere della Sera. Una figuraccia mondiale. Scalfaro, che ha ancora la testa di un vecchio democristiano, briga neanche tanto dietro le quinte. E ha fra l’altro un filo diretto con il capo del Pool Francesco Saverio Borrelli, intimo fin da ragazzo perché il giovane Scalfaro era stato uditore del padre Manlio Borrelli. Ma il presidente non ha messo in conto l’ostinata resistenza del premier. Berlusconi non vuole sloggiare da Palazzo Chigi. O meglio, il suo ragionamento è molto semplice: «Se me ne devo andare allora si vada subito al voto». Ma Scalfaro, navigatissimo, non è tipo da tirarsi indietro e allora alle 3 di notte del 27 dicembre chiama, nientemeno, Gianni Agnelli che in quel momento è in vacanza e sta veleggiando al largo delle Virgin Islands.

Il giorno dopo l’Avvocato varca il portone di Palazzo Chigi con l’incarico, difficilissimo, di convincere il Cavaliere ad abbandonare la scrivania. Il contenuto del colloquio, naturalmente, resta un mistero. Ma il fatto aiuta a decrittare la biografia del presidente appena scomparso. Com’è interessante la coda di questa vicenda: di ritorno al Quirinale, Agnelli riferisce al capo dello Stato che il premier gli è apparso «nervoso e sgarbato». E allora Scalfaro gli fa balenare un nuovo scenario: ci vuole un governo di transizione e sarà proprio lui, l’Avvocato, a guidarlo. Gianni Agnelli resta lusingato, ma non si lascia intrappolare. Gli risponde che farà la sua parte, ma potrà dare una mano solo se rimarrà nel suo ufficio. Un modo elegante per schivare l’incarico. Scalfaro, amareggiato, è costretto a inseguire nuove soluzioni.

Ieri, Romano Prodi, dopo aver reso omaggio alla salma, ha tessuto l’elogio del presidente, dipingendolo come un uomo fedele alla Costituzione che per lui era la bussola. Non una semplice enunciazione di norme, ma un patto, il patto fondamentale, fra gli italiani. È legittima l’interpretazione dell’ex leader del centrosinistra, basta intendersi sulle parole: Scalfaro ha sempre custodito la Costituzione come Mosè le Tavole della legge, ma la Costituzione andava intesa alla sua maniera. In quei giorni di fine ’94 l’asse Scalfaro-Borrelli - e Borrelli a un certo punto farà capire che, se chiamato, sì, risponderà mettendosi a disposizione - pare inarrestabile. E le trame vanno avanti: Scalfaro saggia altri personaggi. Contatta uno degli uomini più importanti di Forza Italia, Giuliano Urbani: «Facemmo due o tre riunioni segretissime, nonostante io abiti a trecento metri dal Quirinale, mandavano un’auto a prendermi e mi facevano entrare da un ingresso secondario... Era molto cardinalizio, un Richelieu». Un Richelieu che alla fine ottiene il suo scopo: Berlusconi cede e gli subentra Lamberto Dini. Del resto la Lega, dopo la cena con D’Alema a base di sardine in scatola, è passata dall’altra parte e ormai si parla dei Lumbard come di una costola della sinistra.

Scalfaro, lo Scalfaro che celebra come un sommo sacerdote i riti della Repubblica, lo Scalfaro che unisce la passione del politico al rigore del magistrato e che giovanissimo pm ha chiesto la condanna a morte dell’ex federale di Novara Salvatore Zurlo, è lo stesso Scalfaro che muove i fili istituzionali come un burattinaio e cambia gli assetti del Paese, battezzati dal voto popolare. Berlusconi se ne va immaginando il voto per una domenica di marzo, di lì a tre mesi. E invece Dini, che avrà come ministro degli Esteri la sorella di Gianni, Susanna Agnelli, durerà fino al maggio ’96. In un’intervista a Annamaria Greco del Giornale il defunto direttore del Popolo Remigio Cavedon ha parlato di un vero e proprio «golpe» bianco.

L’argomento è controverso e sarà materia per gli storici, così come la misteriosa e inquietante trattativa fra pezzi dello Stato e Cosa nostra, dopo le bombe del ’92. Il governo è quello tecnico, tanto per cambiare, di Carlo Azeglio Ciampi e il guardasigilli è Giovanni Conso. Una parata di padri della patria. Eppure nell’estate del ’93 avvengono in successione due fatti clamorosi: anzitutto salta la testa del direttore del Dap Nicolò Amato, contrarissimo ad attenuare il 41 bis per i mafiosi; Amato viene stranamente sostituito con il più morbido Adalberto Capriotti. Il 27 luglio poi Conso firma il colpo di spugna: niente più carcere duro per 334 detenuti, fra cui 5 esponenti del vertice di Cosa nostra. Una Caporetto vergognosa di cui non si è saputo nulla per anni e anni. Sarebbe stato Scalfaro, come ha raccontato il Giornale, a decidere il cambio alla guida delle carceri. D’accordo, naturalmente, con Ciampi e Conso. Il Quirinale smentisce, ma l’inspiegabile pagina nera non può essere cancellata.