Scalfarotto: «Gli elenchi del 2005? Mai visti»

da Roma

Ha mai visto le liste con i 4 milioni di elettori delle primarie 2005 dell’Unione?
«No».
E l’armadio dove sono custoditi questi nomi?
«Sono in un armadio? No... ».
Le hanno mai chiesto se voleva avere accesso alla banca dati?
«Sarebbe stato gentile da parte loro, ma no».
Nell'ottobre del 2005, Ivan Scalfarotto, classe 1965, era il giovane outsider delle primarie dell’Unione per la scelta del candidato da opporre a Silvio Berlusconi. Outsider da tutti i punti di vista, Scalfarotto, perché pare sia rimasto out, fuori, dall’accesso alla lista, dai nomi e anche dai soldi. «Non ho visto praticamente nulla», racconta, ma senza rancore, come se parlasse di un’esperienza divertente e formativa, conclusa e archiviata. Ora sta contribuendo alla nascita del Partito democratico con l’associazione Imille, ma dice di essere «felice del mio lavoro», per Citigroup, a Mosca, perché la politica «non è un mestiere, ma un contributo per un certo periodo di tempo».
Eppure, se è stato nominato un responsabile dell’Unione per la gestione di quei 4.311.149 nomi dei votanti delle primarie 2005 (come dice la legge), questo «custode» della privacy dovrebbe essere stato scelto da tutti i candidati delle primarie. E tra i candidati c’era Ivan Scalfarotto.
Scalfarotto, le hanno mai chiesto di indicare un responsabile per la protezione dei dati di quella lista?
«Veramente no».
Dunque questo armadio non sa dove si trova?
«Non entro nella sede dell'Unione dal 16 ottobre del 2005».
In che senso non ha visto nulla?
«Non ho visto le liste, non le ho chieste del resto, e nessuno me le ha date. So che liste e soldi erano gestiti dall’Unione. Forse i candidati che giocarono a piede libero cioè io e Simona Panzino sono rimasti fuori da questi dati. Del resto non siamo stati interpellati per la scrittura del programma dell’Unione, anche se io in teoria ho preso più voti della differenza tra destra e sinistra alle politiche... ».
Quanto le è stato rimborsato?
«Ho speso 40mila euro, un po’ di tasca mia, un po’ con donazioni via Internet. Ho avuto 1.500 euro dalla sede provinciale di Milano. Una goccia nel mare, ma ogni sede provinciale ha deciso che fare delle contribuzioni degli elettori, non erano tenute a rimborsi».
Non ha mai chiesto la lista?
«No, anche perché gestire i nomi di quattro milioni e mezzo di cittadini significa avere una struttura alle spalle che non ho. Magari dal punto di vista della cortesia, me lo potevano chiedere. Comunque da dopo le primarie non ho avuto più voce in capitolo in niente».
Ha ancora ambizioni politiche?
«Nel 2005 ho fatto un’esperienza straordinaria, ho portato idee di cui nessuno parlava. Sono orgoglioso di aver dato un contributo sostanziale all’agenda politica di oggi, con il rammarico che la politica non riesca a gestire questi temi. Volevo fare dell’Italia un Paese un po’ più moderno, meno corporativo e nepotistico. Ora appartengo a un gruppo piccolo ma appassionato che sta lavorando per un Partito democratico che somigli una forza di centrosinistra europea. Non cerco poltrone, ma vorrei essere un po’ più orgoglioso di essere italiano. Purtroppo la nostra classe dirigente non dà grandi occasioni di essere orgogliosi del Paese».