Scalpi in bacheca

Chissà cosa scriverebbe Cesare Beccaria – che demolì lo spirito inquisitorio e torturatorio dell’Ancien régime – per commentare le cronache giudiziarie che ci consegnano un Danilo Coppola in barella davanti ai giudici del Riesame. Un uomo provato, dimagrito di 14 chili, sfinito, depresso. Sì, è un immobiliarista e quindi, nella sociologia dell’odio e del disprezzo che spesso, troppo spesso, tiene il posto della giustizia e la condiziona, è un individuo spregevole secondo la vulgata corrente. Ma è un cittadino italiano, titolare di diritti che nessuna insinuazione ideologicamente motivata potrà cancellare. Ieri è arrivato, mostrando una gracilità e una sofferenza che non possono essere finte, davanti ai giudici in una condizione di minorata difesa che non può sfuggire.
Sia chiaro, saranno i giudici a stabilire di che cosa e quanto Coppola debba rispondere, ma non è questo il punto: quando Coppola dovesse essere condannato in via definitiva, sprofondi pure nell’inferno della carcerazione in un penitenziario italiano, ma che senso ha la carcerazione preventiva? Potrebbe essere assolto: è giusto assegnargli un anticipo di pena che, oltretutto, mette a rischio la sua salute?
I suoi difensori hanno sollecitato gli arresti domiciliari, sostenendo che la tutela della salute viene prima di ogni altra esigenza. Hanno anche sostenuto che certe intercettazioni, effettuate in carcere, non erano legittime. I pubblici ministeri si sono opposti alla richiesta: per loro, gli imputati devono frollare in carcere, col tempo diventano più morbidi e malleabili.
Carcerazione preventiva, questo è il punto. Secondo i principi del nostro codice, ormai basato sul rito accusatorio, con la prova che si forma in aula, durante il dibattimento, la carcerazione dei sospettati dovrebbe avvenire in circostanze particolarmente gravi, quali la fuga dell’imputato, la sua possibilità di commettere altri reati o di inquinare le prove.
Ma in realtà questo strumento viene usato in via ordinaria per stroncare la resistenza psicologica degli imputati. In realtà è un abuso, ascrivibile alla cultura inquisitoria di molti pubblici ministeri e di Gip vassalli che non hanno metabolizzato i principi ispiratori del nuovo codice di procedura penale. Il caso di Coppola non è l’unico. Giuliano Tavaroli, inquisito per l’affaire Telecom, è in galera dall’ottobre dell’anno scorso, è in galera da 7 mesi; Mario Scaramella, consulente della commissione Mitrokhin, che ha seri problemi di salute, ben documentati, è ristretto in cella dal dicembre dell’anno scorso, mentre Fabrizio Corona, paparazzo accusato di estorsioni, è in carcere dal marzo scorso.
Si ha l’impressione che per gli imputati di grido, o politicamente rilevanti, si dimentichino proprio quelle norme che indicano la carcerazione preventiva come uno strumento straordinario. Tutte le inchieste che suscitano l’interesse dei mezzi d’informazione e la morbosa attenzione del pubblico provocano arresti spettacolari e lunghe detenzioni preventive, forse perché i detenuti sono garanzia di interesse mediatico, anche se la situazione processuale non richiederebbe la privazione della libertà.
È curioso, ma a godere, con una certa larghezza e generosità, della legislazione che riduce il ricorso alla carcerazione preventiva sono soprattutto i delinquenti comuni, ladri, spacciatori, rapinatori, dei quali si scopre, a ogni nuovo reato, che la scarcerazione precedente era stata velocissima. Ma i criminali che avvelenano e immiseriscono la nostra vita quotidiana non interessano ai pubblici ministeri che hanno bisogno di scalpi eccellenti, e in custodia cautelare, per dimostrare la loro indispensabilità.
Salvatore Scarpino