Scalzone in cattedra: «Guido Rossa? Spia che denunciò un comunista»

Roma, lezione in Università dell’ex leader di Prima Linea per rievocare la cacciata di Luciano Lama 30 anni fa

da Roma

Avvertenza: quest’articolo non va a capo, per simbolica protesta contro l’oggetto della sua cronaca, l’eloquio torrenziale di Oreste Scalzone. Provare per credere. Guido Rossa, vittima delle Br? «La sua è la storia di un comunista che denuncia un altro comunista. D’accordo, lo so, ci sono le madri e le figlie... ma chi lo racconta che dolore è stato, per me, vedere il povero Berardi, quello che l’ha ucciso, tagliarsi le vene prima, e impiccarsi poi, a due celle dalla mia? Nessuno vuole ricordare che lì sono morti due operai!». Pietro Ichino, l’economista nel mirino delle nuove Br? «È vivo e vegeto. Non ha vedove! E allora posso dire, infischiandomene del politicamente corretto, che lo ritengo uno stronzo? Uno stron-zo, eh, eh! Visto che è libero vivo e sano... posso criticare anche una testa di cazzo come la sua, o non è più concesso? François Mitterrand, è ormai quasi certo, iniziò la sua carriera con un finto attentato... e allora, chi ci dice che ’sto Ichino je volevano sparà? Può essere che sia lui il marionettista del suo attentato? Dici: puoi provarlo? No. Ma chi può impedirmi di dirlo?». Già, chi può? Nessuno. Prova a inseguire Oreste Scalzone nel labrinto gotico delle sue parole, e finisci per perderti. Esordisce: «Quanto devo parlare? Un quarto d’ora?» (Risate dell’uditorio, preveggente). Quindi arriva a mezz’ora: «Qui chiudo... La mia prima premessa» (Applauso). A un’ora e 45, nella morsa di un compagno che prova a sedarlo, concede: «Concludo... Ma ho un ultimo concetto da dirvi» (Sorriso suo, boato dell’uditorio). Dice che smette: non lo fa nemmeno stavolta, e lo fa infilando un’anafora infinita, «Domani... domani..., domani...». Lui domani (cioè oggi) è a Vicenza, e il perché lo spiega alla sua maniera: tra citazioni, suggestioni, paragoni, civetterie, digressioni sterminate: «l’agorà ateniese», Spinoza, Marx, Pasolini («Abbiamo fatto molto più casino di lui!»), Milonga di Paolo Conte («Son venuto/ per ballare con voi»), «i revisionisti alla Paolomieli», «i cappelli a falda larga», «il sottosegretario missino Ligotti» e «l’ex compagno sottosegretario Manconi», capricci, lacrime, intona una strofa di My way, due versi di: Je ne regrette rien, rien...! e mostra persino bavetta (da sfinimento oratorio). Tutto dalle scalinate del Rettorato di Roma dove rievoca così la cacciata di Luciano Lama all’università, 30 anni dopo. Scalzoneide: la tournée italiana del ribelle tornato a casa prosegue con il più classico atto teatrale, il monologo. Per sentirlo, tante chiome argentee: ex autonomi, barbe e baffi ingrigiti, cappelli di pelle bolscevichi, archeologie oratorie, urla nei megafoni, reduci che paiono usciti da un film di Sergio Leone (invece erano solo ibernati a via dei Volsci), 300 studenti. E poi, lui, il protagonista assoluto. «Oreste»: l’immancabile e (auto)celebrato cappello, l’oratoria-fiume, «Oreste è un poeta!», gridano al microfono, dei ragazzi si commuovono. Il cronista vi informa che vuole rinunciare alla cronaca per impossibilità di sintesi. Ma deve riferire che «Oreste» è il catalizzatore di un cortocircuito tra presente e memoria di ribellismi vecchi e nuovi, un’assemblea che si celebra all’aperto, perché «i fascisti piccisti» (il rettore di Lettere) hanno negato l’Aula all’irrituale rievocazione. Prima del suo discorso una halloween «postsettantasettina»: Vincenzo Migliucci, tribuno dei Volsci, ulula con la stessa rabbia di trent’anni fa ricordando la guerra contro «le giubbe blu» (non quelle di Custer, ma il servizio d’ordine della Cgil) e grida: «In quei venti minuti di battaglia abbiamo leso la maestà di lama o non l’ama... Il re è diventato nudo, è rimasto senza calzoni... coi coglioni al vento... Allora ci stava ancora il selciato, iniziammo la danza dei sampietrini: dopo di noi li hanno tolti» (Cattivi). Perché ricordare quel ’77 oggi? «Perché lì dicemmo che non si poteva stare dentro questo liberismo». Anche Daniele Pifano parla di Lama e ruggisce: «Se sarà reso conto che figura de mmmerda ha fatto? Compagni, noi nella vita abbiamo fatto tante cazzate... Ma la cosa migliore è stato cacciare lui. Li abbiamo fatti cacare sotto dalla paura, resi ridicoli, messi fuori del tempo, è quello che dovete fare ancora oggi. È quello che non ci perdoneranno mai». E Sergio Cararo, altro cinquantenne? «È bellissimo essere qui con voi... sentire Vincenzo che racconta la cacciata di Lama... ricordare quel che facemmo per impedire la situazione di merda di oggi! Ricordate, ragazzi, la paura produce repressione. Non mollate!». E Alfonso Natella, l’operaio-massa protagonista di Vogliamo tutto di Balestrini, con calata napoletana: «Ciaò, Orè! C’è steva ’o Ppicì, ce steva o’ Missì... Ma ricordati che loro, i tricolori di sempre, erano solo la seconda società. Noi siamo la prima!». E poi lui. Oreste prende il microfono: «Tu, tu Alfonso! Tu sei nato vicino a Salerno, come Parmenide! Tu sei un filosofo!» (Ovazione). E poi tutti a Vicenza. Lui ci sarà («senza cappello, le tv lo puntano sempre») giura che non farà dichiarazioni ai giornalisti («Per la prima e l’ultima volta in vita mia»), spiega che il vero problema è questo: «La praxis e la poiesis oggi non possono essere separate!». Grida: «Noi siamo virtualmente autonomi! I nostri nemici senza di noi non possono vivere, sono come vampiri!». E poi si butta nel vuoto, per l’ultima volta, da saltimbanco: «Lo so, lo so! Lo so che mi criminalizzeranno, ma che ci posso fare? Ci sono giornate in cui fare una sassaiola è una bella idea, e altre in cui no!». La scalinata esplode. Chissà che giornata sarà oggi a Vicenza, Orè.