Scambi studenteschi per aiutare l’economia

da Milano

La crisi di transizione che stiamo vivendo, conseguenza della globalizzazione dell’economia e dei mercati, ha un suo antidoto nella conoscenza e nell’integrazione delle diverse culture. «La multiculturalità dei giovani - osserva Enrico Tomaso Cucchiani, presidente e amministratore delegato del Lloyd Adriatico - è uno dei fattori principali di competitività». Aggiunge: «La scarsa competitività dell’Italia, che negli ultimi anni ha perso colpi sulla scena economica mondiale, deriva proprio dalla scarsa apertura internazionale interculturale del nostro sistema educativo». Dice Franco Bernabè, imprenditore e manager: «Molte joint-venture all’estero falliscono perché c’è troppo distacco culturale tra manager di provenienze diverse: non basta parlare una lingua comune come l’inglese. Occorre una stessa lunghezza d’onda». Vittorio Merloni, presidente di una delle multinazionali italiane di maggior successo - Indesit company - ricorda che una delle difficoltà maggiori, nel momento dell’espansione, fu quella di trovare dirigenti e tecnici disponibili a recarsi all’estero.
Queste testimonianze sono tratte dal libro «Incontri che cambiano il mondo» (a cura di Marta Bellini, Roberto Ruffino e Paolo Mazzanti, Sperling Paperback, 255 pagine, 15 euro), dedicato ai cinquant’anni di scambi studenteschi internazionali organizzati da Intercultura. Intercultura è l’evoluzione italiana dell’Afs, associazione di volontari del soccorso nata negli Stati Uniti durante la Prima guerra mondiale, che dopo la seconda volle trasformarsi in strumento di pace, promuovendo scambi di giovani tra Stati Uniti e Paesi sconfitti. Dall’Italia, dalla metà degli anni Settanta, gli scambi si sono allargati ad altri Paesi (oggi 40), dove vengono ospitati da una famiglia per un anno, il penultimo della scuola secondaria, circa 1.200 studenti all’anno; reciprocamente, in Italia arrivano alcune centinaia di studenti stranieri.
Sia Cucchiani che Bernabè sono stati borsisti di Intercultura negli anni Settanta: e da quell’esperienza sono stati segnati in maniera indelebile. Anche Luca Barilla, vicepresidente della Barilla, così come i suoi fratelli, fu indotto dal padre a trascorrere un anno negli Stati Uniti con Intercultura: «Da quest’esperienza abbiamo capito - dice oggi - che cosa dev’essere l’attenzione per le situazioni sociali più diverse». Cucchiani racconta che in Pennsylvania ha studiato Smith e Ricardo quando in Italia si parlava solo di Marx; e di essersi poi iscritto alla Bocconi, per poi tornare a lavorare negli Stati Uniti dopo la laurea.
«Nessun programma di scambio studentesco è così lungo (un anno), in un’età formativa così ricettiva (gli altri sono soprattutto universitari), con un radicamento così forte dato dalla vita in una famiglia (e non in un college)» osserva uno degli autori del libro, Paolo Mazzanti, lui stesso borsista all’inizio degli anni Settanta. «Nei giorni scorsi è stato pubblicato il nuovo bando per andare all’estero nell’anno scolastico 2006-2007. Ci si può iscrivere entro il 10 novembre scaricando i moduli dal sito www.intercultura.it».