Scambio di foto tra due Meani

da Roma
La Juventus alza bandiera bianca, patteggia e accetta la dura realtà di dover lasciare, per la prima volta nella sua storia, la serie A. È una giornata storica quella di ieri perché, dopo le richieste del procuratore federale Palazzi, i difensori dei bianconeri si sono resi conto che la posizione della società era ormai indifendibile e allora, pur di non finire in C1 (o addirittura in C2), meglio la sicurezza dei cadetti così si possono salvare, in parte, patrimonio giocatori e bilancio. Le avvisaglie si erano viste in mattinata quando Gianluigi Gabetti, presidente della Ifil, azionista di maggioranza della Juve, aveva dichiarato: «Sono sconcertato, ci tuteleremo senza guardare in faccia a nessuno. Denunciare la Caf? Tutte le opzioni sono aperte, non ne trascureremo nessuna e agiremo con la massima determinazione». Era una dichiarazione di guerra, un far capire che la Juve si sarebbe tutelata in tutti i modi possibili e immaginabili pur di non finire in C, anche ricorrendo al Tar, con la possibilità concreta di bloccare davvero la partenza dei campionati. Meglio allora cercare una via d’uscita; i cellulari si sono surriscaldati tra Torino e Roma, conversazioni ripetute tra i vertici bianconeri e i vertici del gruppo finanziario che fa capo alla famiglia Agnelli, con la giustizia sportiva in mezzo a mediare una soluzione fattibile e accettabile.
Era partito con la grinta giusta l’avvocato bianconero Luigi Chiappero, lo stesso che aveva fatto assolvere l’ex Giraudo nel processo doping di Torino, analizzando per quasi due ore il deferimento del suo assistito punto per punto, con pignoleria esasperante, leggendo i testi di tutte le intercettazioni telefoniche e integrandole pure con gli omissis e altre telefonate della Procura di Napoli. Una difesa accurata, dove tutti i punti venivano smontati e dove, in particolare, la pesante accusa di illecito, il famigerato articolo 6, veniva derubricato al più abbordabile articolo 1. A cominciare dallo stato giuridico dei designatori arbitrali che, secondo Chiappero, non sono da equiparare allo stesso livello degli arbitri, nei confronti dei quali e, solo per loro, può ritenersi compiuto un illecito. Una sottile disquisizione giuridica con la quale Chiappero ha voluto abbattere la tesi dell’esistenza della cupola moggiana, rivisitare gli articoli sull’illecito e portare a modificare la valutazione delle telefonate, secondo la sua difesa da prendere con il beneficio d’inventario. Tutto contestato, con le cene e gli incontri di Giraudo e Moggi con Bergamo, Pairetto e Lanese considerati come incontri tra amici o per discutere la situazione del settore arbitrale. Smontata anche la presunta conoscenza anticipata di Moggi sui sorteggi, insomma, una difesa a tutto campo che, a un certo punto, ha tirato in ballo anche l’Inter, con il presidente Giacinto Facchetti che si era incontrato a cena con Bergamo. Nulla lasciava però presagire il colpo di scena che alle 18,15 avrebbe presentato l’avvocato Cesare Zaccone, difensore della Juventus.
Sono stati tre i punti esaminati da Zaccone nella sua arringa: la valutazione dei chiari elementi contro Moggi e Giraudo; la derubricazione dell’articolo 6 ad articolo 1; il titolo di responsabilità della Juventus e come la società debba rispondere per gli addebiti fatti a Giraudo e Moggi. In pratica: le telefonate non sono un indizio; non esiste un sistema Moggi e men che meno una cupola (che dovrebbe comprendere tutti i sistemi). Contestata anche la definizione di illecito sportivo: «illecito di pericolo astratto», ecco il ruolo di Moggi considerato un dipendente Juve (e non un dirigente) in base al verbale del cda del 28 ottobre 2003. E visto che la Fiorentina andrebbe in B con quattro partite sotto illecito, la Lazio pure con cinque partite, perché mai la Juve, che ne ha solo due contestate, dovrebbe finire in C? In base a questo principio, «la Juve accetta una sanzione coerente e congrua ed è disposta a scendere in B con gli stessi punti di penalizzazione di Fiorentina e Lazio», la resa finale di Zaccone. Un chiaro patteggiamento imposto però dai poteri forti del mondo economico-finanziario e ben visto anche da quello calcistico per evitare code nei tribunali amministrativi.